Sulla Rai cala il sipario delle polemiche, ma le tensioni interne restano vive. Sandro Ruotolo, responsabile Informazione nella segreteria nazionale del Partito Democratico ed europarlamentare, interviene con forza per difendere i giornalisti di Rai Sport e denunciare quella che definisce “una crisi profonda nella gestione del servizio pubblico”.
“Esprimiamo piena solidarietà alle giornaliste e ai giornalisti di Rai Sport e al Comitato di redazione, che hanno segnalato un danno grave ai telespettatori, all’azienda e alla dignità professionale della redazione”, afferma Ruotolo in una nota. Il riferimento è alla decisione del personale di Rai Sport di ritirare temporaneamente le firme sulle trasmissioni fino alla conclusione dei Giochi olimpici, una forma di protesta che sottolinea, secondo l’europarlamentare, “la serietà del disagio e la gravità della situazione interna”.
Il nodo della controversia è la gestione editoriale degli eventi sportivi. In particolare, Ruotolo critica la telecronaca della cerimonia di apertura olimpica, affidata al direttore di Rai Sport, Paolo Petrecca, e definita “vergognosa”. Una performance che, secondo l’esponente dem, ha sollevato non solo l’indignazione della redazione, ma anche quella dei cittadini: “La presidente del Consiglio e la maggioranza sembrano più interessate alle polemiche da cabaret e a Sanremo che ai guasti prodotti dall’occupazione sistematica e militarizzata della Rai, che compromette credibilità, autonomia editoriale e missione del servizio pubblico”, sottolinea.
Ruotolo conclude con un monito chiaro: “La Rai non è un megafono del governo. È un bene comune che va rispettato”. Un richiamo a salvaguardare la funzione sociale e democratica della televisione pubblica, affinché continui a essere uno spazio di informazione indipendente e non uno strumento politico.
La vicenda rilancia il dibattito sul ruolo della Rai nel panorama mediatico italiano e sulla necessità di tutelare i professionisti dell’informazione da pressioni politiche dirette o indirette, in un momento in cui l’autonomia editoriale appare sempre più fragile.
