6 Ottobre 2026, martedì
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Il turismo non è un’industria: cronaca di una grande illusione nazionale

Riflessioni critiche su modelli, illusioni e contraddizioni del turismo italiano

A cura di Gilberto Borzini

Da Cenerentola dei Ministeri a ultima possibile industria nazionale quella del Turismo espone l’Italia ad una desertificazione produttiva e occupazionale. Potrà l’Ospitanza sostenere l’assenza di un vero progetto industriale?

Mi occupo di turismo dal 1978, se escludiamo il lustro precedente trascorso ad animare, rianimare, trastullare e resuscitare clienti di noti villaggi turistici; altrimenti sarebbe dal ’73.

Nel tempo ho visto molteplici interpretazioni del termine turismo e infinite formule, teorie, dotti ragionamenti, alterne interpretazioni statistiche, difformi visioni strategiche e infiniti scempi paesaggistici.

Nello stesso tempo il concetto di Turismo è passato da terziario spontaneo, indipendente e persino indifferente alla politica, a divenire sempre più manifestamente possibile risorsa di impronta industriale, in un processo a cui oggi attribuiamo l’orrendo nome di turistizzazione e che di industriale nulla può avere, trattandosi di un’attività infinitamente polverizzata su diversi territori.

Il Turismo era parte del Commercio e dei Servizi e tale deve rimanere: il concetto di industria è tutt’altra cosa.

Ma anche se fosse, e fingiamo che lo sia, da Cenerentola d’antan la materia si proietta come un’Ultima Thule, mito di ghiaccio e di fuoco, obiettivo di resistenza e resilienza economica di una Nazione che in un trentennio è stata capace di evirarsi i migliori attributi dell’industria reale, dalla chimica alla siderurgia, dalla metalmeccanica all’automotive, come se l’Ospitanza — perdonatemi il neologismo, ma lo trovo intrigante nella dimensione miscelatoria di Ospitalità e Transumanza — potesse, con le sue risorse e con numeri oggettivamente praticabili, sostituirsi in ambito di Prodotto Nazionale all’industria pesante e manifatturiera.

Scricchiolii avvertibili e maionese impazzita

Gli amici riminesi fanno osservare, ormai da mesi, che ai numeri proclamati e sventolati non corrispondono economie reali.

Il turismo degli short break non compensa i soggiorni settimanali.
Le tariffe last minute non rimpolpano i bilanci.
Le masse in soprannumero non riqualificano il territorio, anzi, casomai è il contrario.
Il turista che non pernotta non lascia traccia nell’economia territoriale.
Il turista che acquista il pranzo al discount non sviluppa la ristorazione: ingombra e basta.

Il sistema turistico della nostra più antica capitale estiva, la costiera romagnola, soffre pesantemente non tanto nella numerica degli arrivi quanto nella dinamica dell’economia delle presenze, non diversamente dalla parallela economia ligure che vive di accessi balneari e, soprattutto, di turismo immobiliare, vero motore territoriale.

Se l’effetto combinato tra turismo più o meno culturale, selfieturismo e turismo giubilare ha mantenuto in Roma livelli noti di occupazione alberghiera, che cosa mai accadrà a Giubileo estinto?

Più che di industria, parlando di turismo, si dovrebbe parlare di maionese impazzita: una sorta di anarco-turismo per tutti i gusti e tutte le tasche che crea più contraddizioni che opportunità, una specie di effetto balletto in cui la confusione sul palco definisce l’illusorietà di un’azione concordata, quando tutti gli attori mormorano “rabarbaro”, imitando un dialogare diffuso e compreso.

La dimensione del cambiamento nei modelli organizzativi e di consumo dei servizi territoriali è una dinamica che sfugge all’idea stessa di industria, che vorrebbe processi gestiti in termini di flussi determinati e governabili, cosa che all’evidenza non è.

Deserto industriale, dramma occupazionale

In un Paese in cui lavorano gli anziani, che si riciclano dopo i 50 anni cercando di sopravvivere fino a un’età pensionistica che si allontana man mano che la si avvicina, dove i giovani che desiderano lavorare migrano e tra quelli che restano cresce a dismisura l’area dei NEET, che non studiano e non lavorano e ormai neppure sperano, il turismo offre opportunità occupazionali a basso valore salariale e ad alto tasso di precarietà.

Lavori stagionali, lavori poco qualificati, lavori persino sostituibili da efficienti robot animati da intelligenze artificiali: è questo il panorama dell’offerta.

Conciergerie, governamento, brigata di cucina, servizi di sala e assistenza bagnanti sembrano essere gli elementi di riferimento, raramente stabili, permanenti, coerenti con l’idea di costruirsi un futuro in termini di professionalità.

In assenza di strutture manifatturiere — che solo un matto disposto a spendere il triplo rispetto ai concorrenti europei per l’energia necessaria all’impresa costituirebbe — e in vista di un Pubblico Impiego che stenta persino a compensare i pensionamenti dei propri organici e non vede l’ora, scopertamente, di sostituire la manovalanza con sistemi autoperformanti, quali effettive potenzialità può esprimere un turismo che vive di episodicità, di eventi, di mode passeggere che oggi premiano e domani chissà una destinazione?

Se davvero si vuole industria

Se davvero si vuole definire un’industria del turismo, allora bisogna ragionare in termini industriali. Le industrie vivono per distretti omogenei all’interno dei quali è possibile definire percorsi formativi e occupazionali in grado di soddisfare la filiera del settore.

Distretti sono quelli del bianco (Pesaro), del freddo (Casale Monferrato), della ceramica (Sassuolo), del tessile (Prato): macchie di leopardo su un territorio nazionale che definiscono competenze specialistiche, derivanti il più delle volte da caratteristiche territoriali.

Ragionare per distretti impone percorsi di formazione ad alta intensità, di vasta penetrazione sociale, di coinvolgimento sistemico nel rapporto Scuola–Lavoro, dove il rapporto non sia episodico bensì trampolino per una stabilità lavorativa e occupazionale capace di futuro.

Ragionare per distretti implica definire una filiera con relativi flussi di finanziamento, promozione, pubblicità, assistenza normativa, fiscalità conseguente e, soprattutto, un modello logistico che consenta accessibilità economica e fruizione semplificata: ovvero, banalmente, la rimozione dei cantieri autostradali o delle gimkane necessarie per uscire dalle stazioni ferroviarie.

Ragionare per distretti significa formare le forze dell’ordine locali ad operare come Polizia Turistica, capace di esprimersi in idiomi differenti e di assistere concretamente alle necessità del turista.

Ragionare per distretti significa definire modalità elevate di accoglienza, regole severe per l’ospitalità in sicurezza, controlli costanti sull’affidabilità della ristorazione e sulla conservazione delle relative derrate.

Di tutto questo, apparentemente, nelle progettualità ministeriali non si vede traccia.

In compenso si immagina di poter sviluppare turisticamente aree rurali e depresse che non sono state in grado, nel tempo, di sopravvivere a se stesse, spendendo così in un nulla ideale opportunità e risorse che altrove, forse, potrebbero fruttare.

Il turismo così, da ultima spiaggia, potrebbe divenire fase terminale della malattia politica italiana.

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