6 Ottobre 2026, martedì
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“Non sono mai stato lì”: l’80enne accusato di essere un cecchino respinge tutto davanti ai pm

Guerra di Bosnia, un’indagine riapre le ferite di Sarajevo

Un’ora abbondante di interrogatorio, nessuna dichiarazione all’uscita, una linea difensiva netta: negare tutto. Si è chiuso così, davanti ai magistrati milanesi, il primo confronto giudiziario dell’80enne italiano finito sotto inchiesta per uno dei capitoli più oscuri e dolorosi della guerra in Bosnia, quello dei cosiddetti “cecchini del weekend” che terrorizzarono Sarajevo negli anni dell’assedio.

Davanti al pubblico ministero Alessandro Gobbis, al procuratore capo Marcello Viola e agli investigatori del Ros dei carabinieri, l’uomo – residente in provincia di Pordenone – ha respinto ogni accusa. Non solo: ha dichiarato di non essere mai stato a Sarajevo e di non aver avuto alcun ruolo nella presunta “caccia all’uomo” che, tra il 1992 e il 1995, trasformò le strade della capitale bosniaca in corridoi di morte per civili inermi.

All’uscita dal Palazzo di Giustizia, silenzio assoluto. A parlare è stato il suo avvocato, Giovanni Menegon, che ha ribadito la «totale estraneità» del cliente ai fatti contestati, sottolineando come l’anziano indagato abbia risposto a tutte le domande poste dagli inquirenti. La difesa confida che l’inchiesta possa fare chiarezza «al di là del clamore mediatico» e non esclude iniziative legali contro alcuni organi di informazione, ritenuti responsabili di una rappresentazione distorta e lesiva.

Le indagini: racconti, confidenze e verifiche

L’inchiesta nasce da una serie di testimonianze raccolte negli ultimi anni e ora al vaglio della Procura. Al centro ci sarebbero racconti attribuiti allo stesso indagato, che – secondo quanto riferito – si sarebbe vantato con alcuni conoscenti di aver partecipato a spedizioni armate contro civili durante il conflitto bosniaco. Episodi che una donna avrebbe poi riportato a una giornalista di una televisione locale friulana.

Sia la testimone sia la cronista sono state ascoltate dagli investigatori. Il lavoro degli inquirenti è ora concentrato sulla verifica della solidità di queste dichiarazioni: attendibilità delle fonti, coerenza temporale dei racconti, riscontri oggettivi che possano confermare o smentire le presunte ammissioni.

L’accusa: omicidio volontario aggravato

Per la Procura, il quadro ipotizzato è gravissimo. L’80enne è indagato per omicidio volontario continuato, aggravato da motivi abietti. Secondo l’accusa, avrebbe agito in concorso con altre persone non ancora identificate, contribuendo alla morte di civili – donne, anziani, bambini – colpiti da fucili di precisione sparati dalle alture che circondano Sarajevo.

È uno scenario che riporta alla memoria l’assedio più lungo della storia contemporanea europea, quando il terrore dei cecchini scandiva la vita quotidiana e attraversare una strada poteva significare morire. Oggi, a distanza di oltre trent’anni, quelle ferite tornano a sanguinare nelle aule di giustizia italiane.

L’indagato nega, la magistratura indaga. In mezzo, il peso della memoria storica e la necessità di distinguere tra verità giudiziaria e suggestione. La partita è appena iniziata.

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