9 Agosto 2026, domenica
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Milano, muore il 30enne ferito dalla polizia: aveva sparato contro una pattuglia dopo aver rubato una pistola

Rogoredo, l’epilogo dopo una settimana di ricovero. Restano le domande sulla gestione dell’emergenza psichiatrica e sulla sicurezza urbana

È morto dopo una settimana di agonia all’ospedale Niguarda Liu Wenham, il trentenne di nazionalità cinese rimasto gravemente ferito il primo febbraio durante una sparatoria con la polizia nella periferia sud di Milano. L’uomo, irregolare sul territorio e senza fissa dimora, aveva sottratto l’arma a una guardia giurata e aveva poi aperto il fuoco contro una pattuglia intervenuta sul posto. Gli agenti avevano risposto agli spari, colpendolo alla testa e a un braccio.

L’episodio si era consumato in piazza Mistral, nel quartiere di Rogoredo, una zona già segnata da episodi di degrado e tensione, tornata al centro delle cronache nere dopo l’uccisione, avvenuta pochi giorni prima, di un pusher marocchino durante un altro intervento delle forze dell’ordine.

Secondo la ricostruzione degli investigatori, quel pomeriggio Liu Wenham aveva aggredito una guardia giurata con un bastone, riuscendo a strapparle la pistola dalla fondina. Subito dopo si era allontanato e, incrociata una volante della polizia, aveva esploso alcuni colpi in direzione degli agenti. La risposta era stata immediata: uno dei poliziotti aveva fatto fuoco per fermarlo, ferendolo in modo critico. Trasportato d’urgenza al Niguarda, le sue condizioni erano apparse da subito gravissime, fino al decesso avvenuto nei giorni scorsi.

Una vicenda che riaccende i riflettori su un aspetto particolarmente delicato: la gestione delle persone con fragilità psichiche. Liu Wenham, infatti, era un soggetto già noto alle forze dell’ordine. Nei giorni precedenti alla sparatoria era stato fermato più volte per comportamenti aggressivi e minacciosi: il 30 gennaio era stato trovato a Rogoredo mentre si aggirava con delle pietre; il giorno successivo aveva intimidito una guardia giurata alla Stazione Centrale brandendo dei manici di scopa; poche ore prima dei fatti aveva tentato di sottrarre un cacciavite da un cantiere ferroviario, salvo poi restituirlo.

Il 31 gennaio, proprio per il suo stato di evidente alterazione, era stato accompagnato e ricoverato in psichiatria: si colpiva la testa, lamentando forti dolori, e manifestava comportamenti sconnessi. Ma la degenza era durata solo poche ore, con una dimissione che oggi alimenta interrogativi e polemiche.

Nel frattempo, come previsto dalla procedura, l’agente che ha esploso i colpi è stato iscritto nel registro degli indagati come atto dovuto, per consentire tutti gli accertamenti del caso. Un passaggio tecnico, che non implica responsabilità, ma che accompagnerà l’inchiesta volta a chiarire ogni dettaglio dell’intervento.

Resta il bilancio amaro di una morte annunciata da una catena di segnali ignorati, in un contesto urbano dove sicurezza, marginalità e salute mentale continuano a intrecciarsi senza trovare una risposta strutturale. Rogoredo, ancora una volta, diventa lo specchio di una città alle prese con le sue contraddizioni più profonde.

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