17 Febbraio 2026, martedì
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Saif al-Islam Gheddafi ucciso in Libia: tramonta nel sangue l’ultimo erede del regime

Libia, colpo di scena nella fragile transizione del Paese: ucciso il figlio del rais in un presunto agguato nell’ovest del Paese

Saif al-Islam Gheddafi, secondo figlio di Muammar Gheddafi e figura simbolo della Libia post-2011, è morto. A darne notizia sono stati i media libici, secondo i quali sarebbe rimasto ucciso durante violenti scontri armati nella zona di Zintan, area desertica tra l’ovest e il sud-ovest del Paese. Una morte che, se confermata in tutti i suoi dettagli, rischia di riaccendere tensioni mai sopite in un Paese ancora ostaggio di milizie, faide tribali e interferenze esterne.

Secondo quanto riferisce l’emittente Al Arabiya, Saif al-Islam sarebbe stato vittima di un vero e proprio agguato: quattro uomini armati avrebbero aperto il fuoco mentre si trovava nel giardino della sua abitazione, per poi darsi alla fuga. L’attacco sarebbe avvenuto nel contesto di scontri più ampi tra milizie locali e gruppi ancora fedeli all’ex regime gheddafiano. Le fonti parlano di combattimenti proseguiti per ore nel pomeriggio nell’area desertica di al-Hamada, a conferma di un quadro di sicurezza estremamente instabile.

A poche ore dalla notizia, è arrivato il messaggio carico di dolore di Mohammed Abdulmuttalib al-Huni, ex consigliere di Saif Gheddafi, che sui social ha scritto: «La mano del tradimento ha colpito e ha assassinato un uomo che amava la Libia e sognava la sua prosperità e rinascita». Parole che restituiscono il clima emotivo che circondava una figura ancora capace di dividere profondamente l’opinione pubblica libica.

Nato nel 1972, Saif al-Islam Gheddafi era stato a lungo indicato come l’erede politico del padre e il volto “riformista” del sistema gheddafiano. Laureato e con un dottorato conseguito alla London School of Economics, era il principale interlocutore del regime con l’Occidente negli anni precedenti alla rivolta del 2011. Promuoveva una cauta apertura economica, una modernizzazione delle istituzioni e un progressivo riavvicinamento diplomatico, pur restando pienamente interno al potere autoritario del padre.

Con lo scoppio della rivoluzione e della guerra civile, il suo ruolo cambiò radicalmente. Divenne uno dei principali difensori politici del regime, assumendo toni durissimi contro i rivoltosi. Il 27 giugno 2011 la Corte penale internazionale emise nei suoi confronti un mandato di arresto con l’accusa di crimini contro l’umanità. Catturato nel novembre dello stesso anno da una milizia di Zintan, fu poi condannato a morte in contumacia da un tribunale di Tripoli nel 2015. La sua parabola sembrò chiudersi definitivamente nel 2017, quando venne rilasciato grazie a un’amnistia concessa dalle autorità della Libia orientale.

Da allora Saif al-Islam visse nell’ombra, in una località mai ufficialmente resa nota, mantenendo un profilo pubblico bassissimo. Tornò a farsi vedere solo nel 2021, annunciando la propria candidatura alle elezioni presidenziali, poi rinviate e mai celebrate. Una mossa che rivelò come una parte significativa della popolazione, stanca del caos e della frammentazione del Paese, continuasse a guardare al cognome Gheddafi come a un possibile fattore di stabilità.

Negli anni successivi, l’ex erede del rais aveva continuato a esercitare un’influenza indiretta attraverso il Comitato di riconciliazione nazionale, criticando apertamente il potere delle milizie armate e il peso delle ingerenze straniere nel destino della Libia. La sua morte segna ora la fine di una delle ultime figure capaci di incarnare, nel bene e nel male, la continuità con il passato e al tempo stesso la speranza — per alcuni — di una riconciliazione nazionale.

Resta da capire se l’uccisione di Saif al-Islam Gheddafi sia l’epilogo di una faida locale o l’ennesimo tassello di una guerra mai davvero conclusa. Di certo, la Libia perde uno dei suoi protagonisti più controversi, mentre il futuro del Paese appare ancora una volta avvolto nell’incertezza.

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