2 Luglio 2026, giovedì
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Lavorare non basta più: l’Italia della povertà strutturale

Il nuovo Rapporto dell’Alleanza contro la Povertà fotografa un Paese dove il disagio economico non è più un’emergenza ma una condizione diffusa e persistente: cresce l’area grigia delle famiglie sospese sulla soglia

In Italia la povertà non è più un fenomeno residuale né un’emergenza ciclica da affrontare con misure tampone. È diventata una condizione strutturale, stratificata, sempre più normalizzata. A dirlo non sono impressioni o percezioni, ma i numeri contenuti nel nuovo Rapporto “L’Italia delle povertà. Dinamiche sociali, risposte pubbliche e racconto dei media”, promosso dall’Alleanza contro la Povertà e realizzato da un gruppo di studiosi ed esperti di politiche sociali.

La fotografia che emerge è netta: accanto a un 10% di famiglie che vive in povertà assoluta, esiste una vasta area di fragilità permanente che coinvolge quasi una famiglia su cinque. È la cosiddetta “zona grigia” del disagio economico, composta da chi è appena povero (circa il 6%) e da chi si colloca appena sopra la soglia di povertà (8,2%). Nuclei che non rientrano sempre nelle statistiche più dure, ma che vivono in un equilibrio instabile, esposti a qualsiasi shock: una malattia, una separazione, la perdita – o la precarizzazione – del lavoro.

Il lavoro non è più uno scudo sociale

Uno dei dati più allarmanti riguarda proprio il rapporto tra occupazione e povertà. Nel 2024 oltre il 10% degli occupati in Italia risulta a rischio povertà: circa 2,3-2,4 milioni di persone. Un valore superiore alla media europea che certifica una trasformazione profonda del mercato del lavoro italiano: lavorare non garantisce più automaticamente inclusione sociale.

A pesare è soprattutto il crollo dei salari reali. Tra il 2021 e il 2025 la perdita è stata del 7,5%, il dato peggiore tra i principali Paesi Ocse. Un arretramento che ha eroso il potere d’acquisto anche di chi un impiego ce l’ha, spingendo sempre più lavoratori verso una condizione di vulnerabilità economica cronica.

Famiglie e minori, l’emergenza che diventa sistema

Particolarmente critica è la situazione delle famiglie con figli. Nel 2024 oltre 1,29 milioni di minori vivono in povertà assoluta: il livello più alto dal 2014. In Italia la nascita di un figlio continua a rappresentare un fattore di rischio di impoverimento molto più elevato rispetto alla media europea, segno di un sistema di welfare ancora incapace di sostenere adeguatamente la genitorialità.

Il Rapporto sottolinea come il disagio economico si trasmetta sempre più spesso lungo linee generazionali, trasformando la povertà in una trappola da cui è difficile uscire. Non solo mancano risorse sufficienti, ma si indeboliscono anche le opportunità educative, sociali e relazionali, soprattutto nei contesti territoriali più fragili.

Politiche inefficaci e narrazione distorta

Secondo i promotori dello studio, a rendere strutturale la povertà contribuisce anche l’inefficacia delle politiche di contrasto messe in campo negli ultimi anni, frammentate e spesso discontinue. A questo si aggiunge un racconto mediatico che tende a semplificare o marginalizzare il fenomeno, alimentando stereotipi e riducendo la povertà a questione emergenziale o individuale, anziché riconoscerla come problema sistemico.

Il risultato è un Paese in cui una quota sempre più ampia di popolazione vive stabilmente sul filo, senza cadere del tutto ma senza nemmeno riuscire a risalire. Un’Italia in bilico, dove il confine tra sicurezza e povertà è diventato sottile e permeabile.

Il Rapporto lancia così un messaggio chiaro: senza un cambio di passo nelle politiche sociali, nel lavoro e nella narrazione pubblica, la povertà continuerà a espandersi silenziosamente, trasformandosi da eccezione a normalità.

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