Domani, mercoledì 21 gennaio, alle ore 11, i leader di Partito democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra incontreranno a Roma l’avvocata Fadwa Barghouti e i rappresentanti del Comitato per la Liberazione di Marwan Barghouti e di tutti i prigionieri palestinesi. All’incontro parteciperà anche una delegazione di parlamentari. Il confronto si terrà presso la sede dei gruppi parlamentari in via Uffici del Vicario 21. Nel corso della mattinata saranno fornite eventuali indicazioni su dichiarazioni o prese di posizione a margine.
Il nome di Marwan Barghouti continua a occupare un posto centrale nel dibattito politico mediorientale, nonostante – o forse proprio a causa del fatto che – da oltre vent’anni si trovi rinchiuso in una prigione israeliana. Considerato da molti una delle figure più autorevoli e popolari della leadership palestinese, Barghouti rappresenta un caso politico e simbolico che Israele non intende sciogliere.
Nato il 2 giugno 1959 a Kober, nei pressi di Ramallah, in Cisgiordania, Barghouti si avvicina alla militanza giovanissimo. A soli 15 anni viene arrestato e condannato a quattro anni di carcere per l’adesione a Fatah, allora organizzazione illegale secondo le autorità israeliane. Una volta rilasciato, prosegue la propria formazione accademica studiando Storia e Scienze politiche, mentre consolida il suo ruolo all’interno del movimento. La sua ascesa è costante: nel 1994 diventa segretario generale di Fatah nei Territori occupati della Cisgiordania, assumendo un profilo sempre più centrale nello scenario politico palestinese.
La svolta arriva nel 2002, durante la Seconda Intifada. Barghouti viene arrestato dall’esercito israeliano con l’accusa di aver organizzato e diretto una serie di attacchi che avrebbero causato la morte di diverse persone. Accuse che il dirigente palestinese ha sempre respinto, rifiutando di riconoscere la legittimità del tribunale israeliano che lo ha processato e scegliendo di non difendersi in aula. La sentenza è durissima: cinque ergastoli. Da allora, Barghouti è detenuto in Israele.
Eppure, la lunga prigionia non ne ha intaccato il consenso. Come ha sottolineato la Cnn, la sua popolarità resta elevatissima “nonostante un’intera generazione di palestinesi sia nata dopo che Barghouti è stato incarcerato più di due decenni fa”. La stessa emittente statunitense ricorda come molti lo abbiano definito “il Nelson Mandela della Palestina”, un leader imprigionato che potrebbe un giorno guidare il suo popolo verso la libertà.
Secondo Khalil Shikaki, direttore del Centro palestinese per la ricerca e i sondaggi, Barghouti è percepito dall’opinione pubblica come “un eroe nazionale, un uomo integro, non macchiato dalla corruzione”. Una figura capace, secondo Shikaki, di svolgere un ruolo di unificazione, riconciliando Fatah e Hamas e ricomponendo le profonde fratture interne al fronte palestinese. In caso di elezioni presidenziali, aggiunge il direttore del Centro, Barghouti potrebbe ottenere almeno il 60% dei consensi.
A renderlo particolarmente scomodo, agli occhi di Israele, è anche la sua linea politica: considerato un “realista” ma al tempo stesso un “negoziatore duro”, Barghouti viene visto come un leader in grado di portare avanti una trattativa credibile con Israele, fondata sulla soluzione dei due Stati e sostenuta dalla maggioranza dei palestinesi. Proprio questa combinazione di consenso popolare, legittimazione politica e capacità di mediazione spiega perché il suo nome resti, ancora oggi, uno dei più temuti e al tempo stesso più evocativi del conflitto israelo-palestinese.
