21 Gennaio 2026, mercoledì
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Il silenzio che divide: Quando il genitore diventa un’isola e la verità un’arma di parte

Tra manipolazioni affettive e svalorizzazione della figura paterna, quando il dialogo genitoriale diventa uno strumento di esclusione e il pregiudizio sociale oscura la verità

Nel panorama sempre più frammentato delle relazioni contemporanee, emerge una dinamica silenziosa ma profondamente corrosiva che merita un’analisi clinica e sociale: la trasformazione del dialogo familiare in una strategia di arruolamento affettivo. Si assiste con frequenza a un modello comunicativo in cui la figura materna tende a instaurare canali privilegiati e sotterranei con i figli, siano essi minorenni o adulti, con l’obiettivo di isolare la figura paterna. Questo approccio, che bypassa deliberatamente il confronto con il coniuge, non mira alla crescita dei figli, ma alla creazione di una fazione contrapposta, trasformando l’intimità domestica in un campo di battaglia ideologico dove il marito viene sistematicamente escluso e delegittimato.
In questo processo di “revisionismo familiare”, le scelte individuali, spesso dettate da impulsi egoistici o dal desiderio di recidere i legami con il passato, vengono presentate ai figli in modo distorto. I motivi reali rimangono in ombra, sostituiti da una narrazione parziale che svalorizza il ruolo del padre e minimizza anni di sacrifici, presenza e impegno. È un’operazione di sottrazione che non solo colpisce la dignità dell’uomo, ma altera la percezione storica della famiglia stessa, cancellando il valore di ciò che è stato costruito insieme per giustificare una deriva personale.
Dal punto di vista psicologico, tale condotta configura una forma di manipolazione che espone i figli a un conflitto di lealtà lacerante. La scienza del comportamento evidenzia come l’omissione e la narrazione di comodo generino nel figlio un senso di instabilità cronica: percepire una realtà monca impedisce lo sviluppo di un’identità solida e di un giudizio autonomo. Intervenire sulla psiche di un figlio per alterare la percezione dell’altro genitore significa indurre una forma di alienazione che può portare a disturbi dell’attaccamento e a una difficoltà strutturale nel fidarsi degli altri in età adulta. Il figlio, investito del ruolo di confidente o di scudo emotivo, viene derubato della sua spensieratezza e costretto a farsi carico di pesi emotivi che non gli appartengono, vivendo in una costante dissonanza cognitiva tra ciò che ha vissuto con il padre e ciò che gli viene raccontato.
È dunque imperativo ribadire che l’autentico dovere genitoriale risiede nel coraggio della trasparenza. Ai propri figli si deve il rispetto della verità intera, non solo di quel “mezzo bicchiere” che serve a convalidare la propria posizione o a cercare assoluzioni facili. Offrire una verità parziale significa nutrire la loro crescita con l’inganno; solo la verità integrale, per quanto complessa, permette ai figli di elaborare il vissuto e di maturare una visione equilibrata del mondo, libera da censure egoistiche e da ingiuste svalutazioni della figura paterna.
Va tuttavia riconosciuto che questa dinamica, con questo focus specifico, può verificarsi a parti invertite, coinvolgendo padri che attuano simili strategie di esclusione. Eppure, la realtà dei fatti e la sensibilità sociale odierna ci consegnano un dato innegabile: nel racconto mediatico e spesso anche nelle aule giudiziarie, la parola materna gode di un’implicita “presunzione di verità” superiore. Nonostante la gravità delle manipolazioni, le madri vengono paradossalmente credute con maggiore facilità, lasciando spesso il padre in una posizione di svantaggio narrativo che rende ancora più difficile il ripristino di una verità oggettiva e condivisa.

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