27 Luglio 2026, lunedì
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Trump, il Vajont della geopolitica occidentale

Con il ritorno di Trump alla Casa Bianca cambiano le regole della geopolitica. L’Europa tentenna, l’Italia si divide e la politica interna continua a guardare al cortile di casa.

A cura di Gilberto Borzini

Le acque erano fin troppo placide. Una sorta di pace dei sensi governava le relazioni, in punta di diritto, tanto tra i governi quanto nelle melense politiche nazionali, dove al più si doveva rintuzzare uno scontento diffuso che orientava a destra il voto.

La seconda presidenza Trump, avviata a colpi di sanzioni commerciali e interventi militari piuttosto arditi, ha avuto l’effetto del classico macigno nello stagno che fa tracimare le acque: ha scombussolato piani e relazioni, forme e strutture dei rapporti politici.

Purtroppo le cancellerie europee hanno stentato a comprendere che, di fronte a un gioco nuovo — rinnovato e retto da regole diverse — non si può continuare ad applicare quelle precedenti. Non si può giocare a calcio mentre l’avversario gioca con le regole del rugby, per intenderci.

Lo tsunami statunitense sconvolge anche, se non soprattutto, gli stessi Stati Uniti, attraversati da una contrapposizione politica degna di un conflitto secessionista: un confronto civile, potenzialmente armato, tra visioni diametralmente opposte del senso e della forma dello Stato. Un conflitto alimentato da una politica interna avviata da un presidente al quale l’ordine civile sembra interessare assai meno del nuovo ordine mondiale, definito a propria immagine e somiglianza.

Ma lo tsunami investe anche noi, la nostra politica di cortile, e frantuma equilibri precedenti faticosamente raggiunti dagli opposti schieramenti, mandando la palla in tribuna e generando nuove, inedite forme di aggregazione.

Sul fronte progressista — è ormai difficile chiamarla “sinistra” — il solo Partito democratico risulta frammentato in almeno sette correnti, mentre nel Movimento 5 Stelle la vecchia anima movimentista si scontra con il tentativo di affermare un’organizzazione centralista. Il PD sostiene l’armamento, il Movimento no; il PD invia armi in Ucraina, il Movimento no; il PD persegue la tiritera dell’antifascismo, in evidente assenza di altre piattaforme operative, mentre il Movimento si colloca in una postura benaltrista rispetto al passato. Aggregati essenzialmente dall’assenza di un progetto strategico per la nazione, è lecito domandarsi come possano mai trovare una sintesi, un lessico e un programma comuni.

Peggio accade — per quanto possibile — sul fronte conservatore, dove le giravolte mirabolanti della presidenta, che ha finito per rinnegare se stessa, si riverberano nella tripartizione che la sostiene. Mentre gli interessi di Mediaset obbligano Tajani all’europeismo più sfacciato e acritico, nella Lega e in Fratelli d’Italia si manifestano malumori che potrebbero condurre rapidamente a nuove formule: un partito “vannacciano” capace di radunare gli scontenti dell’una e dell’altra formazione e di assumere un rilievo non secondario in un quadro consociativo, diventando un peso dirimente senza il quale l’azione di governo rischierebbe di non disporre della forza necessaria. Se così fosse, la frantumazione e la successiva ricomposizione si rifletterebbero anche nelle amministrazioni locali, generando un prevedibile putiferio.

Eppure la vera sostanza del messaggio trumpiano sembra ancora sfuggire alla politica italiana e continentale: le regole del gioco sono cambiate e, se si vuole giocare, occorre farlo accettando le nuove regole. Anche perché è difficile immaginare che Trump torni sui propri passi.

Dobbiamo allora decidere se continuare a essere sudditi degli Stati Uniti o invitare, con cortesia ma fermezza, i militari statunitensi presenti nelle basi NATO a fare ritorno a casa loro.

Dobbiamo decidere se, per i nostri interessi nazionali, convenga dialogare e commerciare con il mondo africano e con i Paesi dell’area BRICS, piuttosto che mendicare lo stralcio di sanzioni a stelle e strisce o pagare l’energia a prezzi usurai.

Dobbiamo decidere se l’Italia debba essere ponte tra culture e interessi mediterranei o semplice portaerei statunitense.

Dobbiamo valutare, e rapidamente, quale forma debba assumere la politica estera comunitaria e se l’Unione europea disponga davvero della postura necessaria per giocare da sola una partita strategica per la propria sopravvivenza.

Serve un nuovo linguaggio e una diversa pratica politica. Serve rappresentare con lucidità i propri interessi e affermarli senza remore. Servono, insomma, quegli attributi che, allo stato attuale, non si riescono a individuare.

Peccato che le scaramucce interne non facilitino la concentrazione della politica, nazionale e continentale, su un bersaglio che è ormai esistenziale.

Potremmo frantumarci a breve per aver dedicato troppa attenzione ai distinguo locali, ripetendo come un tormentone gli errori più tradizionali della politica dei gruppuscoli: quella in cui la frammentazione conduce, sempre e inevitabilmente, alla sconfitta.

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