27 Luglio 2026, lunedì
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Chemio senza tumore: anni di terapie inutili, l’ospedale di Pisa condannato a risarcire una paziente

Errore diagnostico e cure inutili: una vicenda sanitaria che per anni ha segnato la vita di una donna, fino al verdetto della giustizia civile

Anni di chemioterapia, farmaci pesanti e conseguenze permanenti, ma il tumore non c’era mai stato. La Corte d’Appello di Firenze ha condannato l’Azienda ospedaliero-universitaria pisana (Aoup) a risarcire con 467mila euro una donna oggi 47enne, sottoposta per oltre quattro anni a cure oncologiche rivelatesi del tutto ingiustificate.

La vicenda affonda le radici nel 2006, quando alla paziente, all’epoca poco più che trentenne, viene diagnosticato a Volterra un tumore all’intestino. Una diagnosi che segna l’inizio di un lungo calvario clinico: dal gennaio 2007 al maggio 2011 la donna si sottopone a ripetuti cicli di chemioterapia, accompagnati da cortisone e steroidi, terapie invasive e debilitanti che incidono profondamente sulla sua salute e sulla sua vita quotidiana. Solo una nuova biopsia, eseguita successivamente in una struttura di Genova, chiarirà l’errore: nessuna neoplasia era presente.

L’intera catena degli eventi prende avvio quasi per caso. La donna si rivolge a una struttura sanitaria per un intervento ortopedico, ma gli esami preliminari alla pre-ospedalizzazione evidenziano un’anomalia nella conta dei globuli bianchi. L’operazione viene rinviata e i referti trasmessi all’Aoup. Qui, dopo una biopsia midollare e intestinale, i sanitari formulano una diagnosi di linfoma non Hodgkin, avviando così un percorso terapeutico aggressivo.

Dopo il fallimento di un tentativo di conciliazione, la paziente decide di rivolgersi al giudice civile di Pisa, chiamando l’azienda ospedaliera a rispondere del proprio operato. La difesa dell’Aoup si fonda sulla complessità del quadro clinico e sulla presunta correttezza delle scelte terapeutiche adottate. Ma la consulenza tecnica disposta dal tribunale smonta questa tesi: secondo i periti, l’ipotesi di linfoma non era supportata né dai risultati degli esami, né dalle visite cliniche, né tantomeno dai sintomi riferiti dalla paziente. Non vi era, dunque, alcuna indicazione a sottoporla a quel tipo di trattamento.

In primo grado il tribunale di Pisa aveva riconosciuto un risarcimento di 295mila euro, quantificando l’invalidità permanente al 40%. La Corte d’Appello di Firenze ha invece rivisto al rialzo la valutazione, fissando l’invalidità al 60% e aumentando sensibilmente l’entità del risarcimento. I giudici hanno inoltre riconosciuto la “personalizzazione del danno”, sottolineando lo stravolgimento complessivo subito dalla donna, non solo sul piano psicologico, ma anche in quello relazionale e professionale.

La paziente, che lavorava come assicuratrice, è stata costretta a ridurre drasticamente il proprio impegno lavorativo. Le conseguenze delle terapie hanno inciso anche sulla sua autonomia personale: a un certo punto le è stata persino ritirata la patente di guida, ritenuta non più idonea a mettersi al volante.

Una sentenza che chiude una lunga battaglia giudiziaria e che riporta al centro il tema cruciale della responsabilità sanitaria, ricordando quanto una diagnosi errata possa trasformarsi, nel tempo, in una ferita profonda e permanente nella vita di una persona.

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