Nel terzo trimestre del 2025 il mercato del lavoro italiano cambia ritmo. Dopo diciassette trimestri consecutivi di crescita, la curva dell’occupazione piega verso il basso. È quanto emerge dalla più recente Rilevazione sulle forze di lavoro diffusa dall’Istat, che fotografa una diminuzione di 45mila occupati rispetto ai tre mesi precedenti. Una flessione dello 0,2% che riporta il totale degli occupati a quota 24 milioni e 102mila persone, sottraendo un tassello alla dinamica espansiva che aveva accompagnato il sistema produttivo negli ultimi anni.
Lo sguardo tendenziale, solitamente più solido perché slegato dalle oscillazioni stagionali, non offre tuttavia un contrappunto rassicurante: rispetto allo stesso periodo del 2024, il numero di occupati rimane sostanzialmente stabile e anzi registra un lieve arretramento di 7mila unità, fermandosi a 24 milioni e 123mila. È una pausa che pesa più sul piano simbolico che numerico, perché interrompe una stagione di continuità nella quale il mercato del lavoro, pur tra anomalie e criticità strutturali, aveva mostrato un’insolita resilienza.
A restare immobile è anche il tasso di occupazione nella fascia compresa tra i 15 e i 64 anni, che si conferma al 62,5%. Dietro questa stabilità apparente si nasconde però un Paese che si muove a velocità diverse. Il Mezzogiorno, storicamente anello debole dell’occupazione nazionale, registra un leggero incremento, mentre le regioni del Centro-Nord, tradizionalmente più dinamiche, mostrano un arretramento che contribuisce in modo significativo allo stallo complessivo.
La fotografia tracciata dall’Istat non offre giudizi, ma suggerisce domande: è l’inizio di una fase di raffreddamento della domanda di lavoro o un semplice assestamento dopo una lunga corsa? Le risposte arriveranno solo nei prossimi trimestri, quando si capirà se la frenata attuale è un’oscillazione congiunturale o l’avvisaglia di un cambiamento più profondo della struttura occupazionale italiana. Di certo, il dato si inserisce in un quadro economico che richiede attenzione: produttività ferma, invecchiamento demografico e transizioni tecnologiche che ridefiniscono la qualità e la quantità dei posti disponibili. Un mosaico complesso in cui anche piccole variazioni possono diventare segnali da interpretare con cura.
