Amnesty International rompe un tabù e lo fa con un documento di 173 pagine destinato a incidere nel dibattito internazionale sulla guerra a Gaza. L’organizzazione, che negli ultimi anni aveva concentrato i propri rapporti prevalentemente sulle condotte dell’esercito israeliano, accusa per la prima volta Hamas e altri gruppi armati palestinesi di aver commesso crimini contro l’umanità durante e dopo gli attacchi del 7 ottobre 2023.
Secondo il rapporto, le milizie palestinesi hanno violato la legge umanitaria internazionale e si sono rese responsabili di crimini di guerra, non solo nel corso delle incursioni nel sud di Israele, ma anche nella gestione successiva degli ostaggi. Amnesty documenta casi di prigionieri trattenuti in condizioni disumane, maltrattamenti, e la detenzione di corpi sottratti agli uccisi negli assalti iniziali. Una ricostruzione che amplia e approfondisce il quadro delle responsabilità palestinesi, inserendole nel contesto di un conflitto segnato da violazioni su vasta scala e da una crescente pressione sui civili.
Mentre il rapporto punta i riflettori sulle azioni di Hamas, sul versante opposto si muove la giustizia internazionale. Il 21 novembre 2024 la Camera preliminare I della Corte penale internazionale ha emesso due decisioni cruciali per il dossier Palestina. In primo luogo, i giudici dell’Aia hanno respinto all’unanimità le richieste presentate da Israele ai sensi degli articicoli 18 e 19 dello Statuto di Roma, nelle quali Tel Aviv contestava la giurisdizione della Corte sia sul territorio palestinese sia sui cittadini israeliani.
La Camera ha ribadito che la propria giurisdizione territoriale si estende alla Palestina, conformemente alle decisioni già assunte negli anni precedenti. Ha inoltre giudicato prematura l’istanza israeliana: lo Statuto non consente di opporsi in quella fase alla competenza della Corte, essendo tali obiezioni ammissibili solo dopo l’eventuale emissione di un mandato di arresto. Anche la richiesta di ricevere una nuova notifica dell’apertura dell’indagine è stata rigettata. Israele, ricordano i giudici, era stato informato formalmente nel 2021 e aveva scelto di non intervenire, e non vi erano quindi motivi per sospendere l’iter già in corso.
La decisione più rilevante riguarda proprio l’emissione di due mandati di arresto per il primo ministro Benjamin Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant. La Corte ritiene che esistano fondati motivi per accusarli di crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi tra l’8 ottobre 2023 e il 20 maggio 2024, durante le operazioni militari nella Striscia di Gaza. Si tratta di un passaggio senza precedenti nella storia dei rapporti tra Israele e la giustizia internazionale: mai prima d’ora un primo ministro in carica israeliano era stato destinatario di un mandato di cattura della CPI.
Nel mosaico complesso e drammatico del conflitto, le due vicende – il rapporto di Amnesty e le decisioni della Corte penale internazionale – si intrecciano delineando un quadro in cui responsabilità e violazioni emergono da entrambe le parti. Non si tratta di valutazioni politiche, ma di constatazioni giuridiche e documentarie che contribuiscono a definire i contorni di uno dei conflitti più aspri, lunghi e sanguinosi degli ultimi decenni. Una guerra che continua a porre interrogativi profondi sul rispetto del diritto internazionale e sulla capacità della comunità globale di far valere principi e tutele fondamentali, indipendentemente da chi li violi.
