28 Luglio 2026, martedì
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Attentato a sud di Gerusalemme, un morto e tre feriti: la tensione risale mentre l’Onu approva la “fase due” del piano per Gaza

L’attacco rivendicato da Hamas arriva nelle stesse ore in cui il Consiglio di Sicurezza adotta la risoluzione basata sul piano statunitense per la stabilizzazione della Striscia. Intanto proseguono evacuazioni forzate e scontri in Cisgiordania.

Un nuovo attentato scuote Gush Etzion, l’area a sud di Gerusalemme già da anni teatro di tensioni e violenze. Un uomo ha perso la vita e altre tre persone sono rimaste ferite in un attacco armato che ha immediatamente trovato la rivendicazione di Hamas. Il movimento islamista ha definito l’azione «la risposta naturale alla furia dell’esercito israeliano e dei coloni», inserendo così l’episodio nella spirale di ritorsioni e controffensive che da mesi domina lo scenario israelo-palestinese.

La violenza sul terreno si intreccia con una difficile partita diplomatica che, almeno nelle intenzioni, tenta di imprimere una svolta alla crisi di Gaza. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha infatti approvato la risoluzione proposta dagli Stati Uniti e costruita sul piano di pace lanciato da Donald Trump per la Striscia. Il testo, oggetto di negoziati serrati e più volte rimaneggiato, è passato con una larga maggioranza: tredici voti favorevoli e due astensioni, quelle di Cina e Russia, che hanno scelto di non ostacolare ma neppure di sostenere apertamente l’iniziativa.

La risoluzione apre formalmente quella che Washington definisce “fase due” del percorso internazionale verso la stabilizzazione del territorio palestinese. Prevede l’autorizzazione a una forza multinazionale incaricata di assumere il controllo della sicurezza nella Striscia, accompagnare la ricostruzione e soprattutto procedere al disarmo di Hamas, condizione ritenuta imprescindibile per uscire dall’impasse del conflitto.

Una prospettiva respinta senza mezzi termini dal movimento fondamentalista, che ha denunciato il provvedimento come una minaccia diretta all’integrità della Striscia e «un tentativo di sottomettere Gaza all’autorità internazionale». Parole che confermano l’immobilismo della leadership militare del gruppo: secondo fonti israeliane, un centinaio di combattenti dell’ala armata di Hamas restano asserragliati in un tunnel a Rafah, dove avrebbero fatto sapere di non essere disposti a deporre le armi né ad arrendersi.

Parallelamente, la tensione non si allenta in Cisgiordania. A Tzur Misgavi, avamposto illegale che le autorità israeliane hanno ordinato di evacuare, le operazioni di sgombero sono degenerati in scontri durissimi tra polizia e coloni. Diversi agenti sono rimasti feriti, segno delle crescenti fratture interne allo stesso fronte israeliano, diviso tra obbedienza alle direttive statali e l’intransigenza dei nuclei più radicali dell’insediamento ebraico.

L’attentato di Gush Etzion, la reazione di Hamas, l’approvazione della risoluzione Onu e le tensioni in Cisgiordania compongono un mosaico sempre più complesso, in cui diplomazia e violenza continuano a sovrapporsi. La “fase due” del piano internazionale nasce dunque in un contesto fragile, dove ogni passo avanti sul fronte politico rischia di essere immediatamente oscurato da un nuovo fronte aperto sul terreno.

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