3 Luglio 2026, venerdì
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La lunga attesa di una madre: “Per Alberto interventi tardivi e insufficienti”

La denuncia di Armanda Colusso, mamma del cooperante detenuto da un anno in Venezuela: silenzi iniziali, contatti tardivi e una famiglia logorata dall’attesa

A Palazzo Marino, davanti ai giornalisti riuniti in una sala gremita e silenziosa, Armanda Colusso ha preso la parola con la fermezza di chi non ha più margini per trattenere la frustrazione. Da dodici mesi il figlio, Alberto Trentini, cooperante italiano in Venezuela, è detenuto nel Paese sudamericano in circostanze che la famiglia definisce opache, ingiuste, drammatiche. Dodici mesi che, nelle parole della madre, hanno messo a dura prova non solo la fiducia nelle istituzioni italiane, ma anche la tenuta emotiva di un nucleo familiare sospeso nell’incertezza.

Colusso ripercorre questi mesi come un susseguirsi di attese senza risposte, di contatti istituzionali che, sostiene, sarebbero arrivati con una lentezza incomprensibile. Il suo racconto è preciso, scandito da date, da sollecitazioni rimaste a lungo senza un ritorno. “Fino ad agosto il nostro governo non aveva avuto alcun contatto con il governo venezuelano. Fino ad agosto. E questo dimostra quanto poco si sono spesi per mio figlio”, afferma con voce ferma, lasciando emergere un misto di amarezza e incredulità. Secondo lei, i primi tentativi italiani di interloquire con Caracas sarebbero dunque arrivati solo mesi dopo l’arresto del cooperante.

La madre non nega di aver ricevuto segnali istituzionali, ma li considera insufficienti rispetto alla gravità della situazione. Ricorda le tre telefonate della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, gli incontri avuti con il sottosegretario Alfredo Mantovano, la disponibilità dell’inviato speciale per gli italiani in Venezuela. Ma questi contatti, pur significativi sul piano formale, apparirebbero alla famiglia come tasselli ancora troppo distanti dall’obiettivo principale: ottenere progressi tangibili nella vicenda di Alberto. “In dodici mesi ho avuto tre telefonate dalla premier e due incontri con Mantovano, con cui c’è un dialogo costante. Siamo in contatto con l’inviato speciale, che è sempre disponibile”, riconosce Colusso. “Ma il punto è che, nonostante tutto questo, nulla si è mosso davvero.”

Il racconto si fa più teso quando la madre torna ai primi giorni della vicenda, a quando – sostiene – alle persone più vicine ad Alberto era stato chiesto il massimo riserbo. Un’indicazione arrivata, dice, direttamente dai rappresentanti del governo. “Ci è stato imposto il silenzio per non danneggiare la posizione di mio figlio. Ci siamo fidati e abbiamo operato in silenzio”, spiega. Per settimane, poi per mesi, la famiglia avrebbe atteso sviluppi, convinta che la discrezione fosse la strada necessaria. Finché, di fronte all’assenza di risultati, ha scelto di cambiare passo, autorizzando la presentazione di un’interrogazione parlamentare per rompere quello che definisce un isolamento informativo insostenibile.

Ora, dopo un anno, il tempo della pazienza appare esaurito. “Sono qui dopo trecentosessantacinque giorni a esprimere indignazione. Per Alberto non si è fatto ciò che era doveroso fare. Sono stata troppo paziente ed educata, ma ora la pazienza è finita”, dichiara Colusso, lasciando trapelare la stanchezza accumulata nel corso di un’attesa che non ha alleggerito il peso dell’angoscia.

Le sue parole non sono soltanto una denuncia politica, ma anche il ritratto di un dolore domestico che ha preso forma nel silenzio delle stanze di casa. “È un’ingiustizia di cui non sappiamo darci pace. Alberto ci è mancato e ci manca ogni giorno”, confida. Nella sua voce affiora la vita sospesa della famiglia Trentini: le notti insonni, la salute del marito che vacilla, i pensieri incessanti su come stia il figlio, su cosa tema, su cosa speri. Un anno trascorso a immaginare, a riempire il vuoto con domande senza risposte.

Colusso elenca ciò che nel frattempo è stato sottratto ad Alberto: le feste condivise, le passeggiate, le piccole abitudini quotidiane, perfino la possibilità di leggere, che il cooperante avrebbe recuperato solo grazie a un paio di occhiali trovati in carcere. “Gli è stato tolto un anno di vita in cui non ha potuto godere dell’affetto della famiglia. Si è perso Natale, Pasqua, il compleanno. Ha cercato di essere tranquillo leggendo, quando gli è stato possibile”, racconta, tratteggiando un quadro fatto di privazioni e resistenze minime.

La conferenza si chiude con la percezione che le parole della madre non vogliano essere un atto di accusa fine a sé stesso, ma un richiamo deciso alla responsabilità pubblica. Una richiesta di interventi più incisivi, di un impegno che renda visibile, concreto, il tentativo di riportare Alberto a casa. Perché per la famiglia, dopo dodici mesi, ciò che manca non è solo un figlio lontano, ma il senso di una risposta che riesca finalmente a spezzare la spirale dell’attesa.

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