29 Giugno 2026, lunedì
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Verifica dell’età sui siti porno, la montagna che partorì il topolino: nessuno chiede lo SPID

Due giorni dopo l’entrata in vigore dell’obbligo di identificazione per accedere ai siti pornografici, la realtà è ben diversa dalle promesse. Nessuna piattaforma chiede davvero la verifica tramite SPID o CIE, e restano aperti interrogativi pesanti sul destino dei dati personali.

Doveva essere la grande rivoluzione digitale per proteggere i minori, e invece – almeno per ora – è rimasta un proposito sulla carta. Due giorni dopo l’entrata in vigore dell’obbligo di identificazione dell’età per accedere ai siti pornografici, il panorama online è identico a prima: nessuna richiesta di SPID, nessun controllo reale, nessun cambiamento visibile per l’utente.

Basta un clic su “Sì, ho più di 18 anni” per entrare nei principali portali di contenuti per adulti. Nessuna barriera tecnologica, nessuna verifica di identità. Il tanto annunciato filtro, pensato per impedire ai minori di accedere a contenuti pornografici, di fatto non è ancora operativo.

Dietro a questo fallimento, si intrecciano motivi tecnici, giuridici e organizzativi. La direttiva stabiliva che i siti dovessero adottare sistemi di verifica dell’età senza violare la privacy, garantendo l’anonimato degli utenti. Un equilibrio delicatissimo, che richiede infrastrutture complesse e certificazioni che oggi, semplicemente, non esistono. Le piattaforme avrebbero dovuto integrare un sistema capace di comunicare soltanto l’informazione “maggiorenne sì o no”, senza rivelare alcun dato personale. Ma la tecnologia per farlo in modo sicuro, efficace e rispettoso della privacy non è ancora pronta.

C’è poi il problema dei tempi. La legge impone l’adeguamento immediato ai siti italiani, ma concede ai portali con sede all’estero – e sono la grande maggioranza – diversi mesi per conformarsi. Risultato: la quasi totalità dei siti visitabili dal territorio nazionale non ha cambiato nulla. E, in molti casi, i gestori hanno preferito aspettare chiarimenti o soluzioni tecniche già pronte prima di toccare l’infrastruttura.

Intanto, resta un grande punto interrogativo: che fine faranno i dati degli utenti. Anche se la norma parla di anonimato, nessuno ha ancora spiegato chi gestirà le verifiche, come saranno trattati i dati, per quanto tempo verranno conservati, e quali garanzie saranno offerte per evitare fughe di informazioni. L’ipotesi di dover consegnare la propria identità digitale per accedere a contenuti per adulti – un gesto che implica riservatezza assoluta – continua a suscitare inquietudine.

Il paradosso è evidente. La misura nasceva per tutelare i più giovani, ma oggi rischia di mettere in discussione la privacy dei maggiorenni. Da una parte, i minori continuano ad avere libero accesso ai siti, come prima; dall’altra, si prospetta un sistema di controllo che, se mal gestito, potrebbe aprire scenari di sorveglianza o di raccolta indebita di dati sensibili.

Sul piano politico, l’iniziativa era stata presentata come una prova di modernità e responsabilità: un segnale che lo Stato può proteggere i minori anche nel mondo digitale. Ma senza strumenti concreti, la direttiva rischia di trasformarsi nell’ennesimo annuncio inefficace.

Nelle prossime settimane dovrebbero arrivare aggiornamenti sui sistemi di identificazione certificata e sui verificatori terzi che dovrebbero garantire la privacy degli utenti. Fino ad allora, però, la misura resta una promessa sospesa: un obbligo formale che nessuno applica davvero.

Così, a due giorni dalla svolta annunciata, la realtà è impietosa. Le homepage dei siti porno continuano ad aprirsi senza barriere, l’età si dichiara con un clic, e l’Italia scopre che la sua “grande stretta” digitale si è già arenata. Un flop silenzioso, che solleva più dubbi di quanti ne risolva e lascia intatto il problema che voleva risolvere.

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