2 Maggio 2026, sabato
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All’Onu si apre il confronto sulla risoluzione per Gaza: Washington propone una forza internazionale di 20mila uomini

Mentre a New York iniziano i negoziati per l’approvazione del testo americano, Israele intensifica le operazioni militari al confine con il Libano e nel Sud di Gaza. Il Papa riceve Abu Mazen e rinnova l’appello per la pace e la soluzione a due Stati.

All’Onu si apre una nuova e delicata fase diplomatica per la crisi in Medio Oriente. A New York sono cominciati i negoziati per l’approvazione della risoluzione presentata dagli Stati Uniti sulla Striscia di Gaza, un testo che propone l’invio di una forza internazionale di stabilizzazione composta da circa ventimila unità. Il contingente, secondo la bozza, avrebbe il mandato di ristabilire la sicurezza e favorire la ricostruzione postbellica, con la possibilità di impiegare “tutte le misure necessarie” per il compimento della missione.

L’iniziativa americana rappresenta un tentativo di imprimere una svolta a un conflitto che, dopo mesi di devastazioni, continua a minacciare la stabilità dell’intera regione. Washington punta a ottenere un ampio consenso in Consiglio di Sicurezza, ma le trattative si annunciano complesse: Russia e Cina hanno già espresso riserve su una presenza armata internazionale che, secondo Mosca, rischierebbe di legittimare un assetto imposto dall’esterno, mentre diversi Paesi arabi chiedono garanzie sulla neutralità e sul coinvolgimento diretto delle Nazioni Unite nella gestione civile dei territori.

Sul piano politico e religioso, la giornata è stata segnata anche dall’incontro in Vaticano tra Papa Francesco e il presidente palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen). Il Pontefice ha ribadito con forza la necessità di una “soluzione a due Stati” e ha lanciato un nuovo appello perché si ponga fine a una guerra che, ha sottolineato, “non può essere vinta da nessuno, ma soltanto perduta da tutti”.

Intanto, sul terreno, la tensione continua a crescere. L’esercito israeliano ha ordinato l’evacuazione di due villaggi nel sud del Libano, preludio a una serie di raid aerei contro postazioni di Hezbollah. L’operazione, spiegano fonti militari di Tel Aviv, mira a “neutralizzare minacce dirette” lungo la linea di confine, dove si registrano scontri quotidiani.

In parallelo, Israele ha dichiarato “zona militare chiusa” il tratto di confine con l’Egitto, motivando la decisione con l’esigenza di contrastare il traffico di armi verso Gaza. È un segnale di ulteriore irrigidimento in un’area già sottoposta a blocchi e controlli stringenti, mentre nella Striscia continuano i bombardamenti.

A Gaza City, un edificio è crollato in seguito a un attacco: diverse persone risultano intrappolate sotto le macerie e i soccorsi, ostacolati dalla distruzione delle infrastrutture, faticano a raggiungere la zona.

Tra diplomazia e conflitto, la crisi sembra dunque muoversi su un filo sottile. L’Onu tenta di ricomporre le fratture con uno strumento di sicurezza internazionale, ma il successo della proposta americana dipenderà dalla capacità di conciliare interessi divergenti e di costruire, finalmente, un orizzonte politico credibile per la pace.

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