Tel Aviv ha confermato che il corpo restituito da Hamas alla Croce Rossa internazionale appartiene a Itay Chen, il soldato dell’esercito israeliano con doppia cittadinanza, americana e israeliana, rapito il 7 ottobre e poi ucciso nella Striscia di Gaza. La notizia, resa pubblica dall’ufficio del primo ministro Benjamin Netanyahu e diffusa dal quotidiano Ynet, chiude una delle pagine più dolorose per le famiglie degli ostaggi ancora trattenuti o dispersi dopo l’attacco di Hamas contro Israele.
Itay Chen era l’ultimo cittadino statunitense ancora prigioniero di Hamas di cui si fosse confermata la morte. Con la restituzione del suo corpo, i resti di sette ostaggi israeliani rimangono ancora a Gaza, tra cui quelli di un soldato ucciso durante la guerra del 2014. L’esercito israeliano ha annunciato che il corpo di Chen è stato identificato ufficialmente e trasferito in Israele, dove sarà celebrato un funerale militare.
La restituzione della salma, avvenuta martedì sera, ha una forte valenza simbolica. Secondo fonti diplomatiche, la consegna alla Croce Rossa è stata parte di un complesso negoziato mediato da Qatar ed Egitto, che proseguono nel tentativo di sbloccare una nuova fase dei colloqui per un cessate il fuoco e uno scambio di prigionieri.
Mentre Israele piange il giovane soldato, a Gerusalemme si accende una nuova miccia di tensione. Centinaia di coloni israeliani, molti dei quali provenienti dagli insediamenti in Cisgiordania, hanno fatto irruzione nel complesso della moschea di Al-Aqsa, uno dei luoghi più sensibili al mondo. Secondo quanto riferito dai media locali, i gruppi di estremisti ebrei hanno compiuto visite “rituali” e cerimonie di preghiera all’interno del sito sacro, scortati dalle forze di polizia israeliane.
L’assalto, interpretato come una provocazione diretta nei confronti della popolazione palestinese, è avvenuto mentre migliaia di fedeli musulmani si preparavano alla preghiera. Le autorità religiose di Gerusalemme hanno denunciato l’episodio come una “profanazione deliberata” della Spianata delle Moschee e hanno chiesto alla comunità internazionale di intervenire per fermare quelle che definiscono “azioni sistematiche di intimidazione”.
Sul fronte politico e militare, intanto, si muovono le diplomazie. Gli Stati Uniti hanno intensificato la pressione su Tel Aviv, chiedendo di garantire un passaggio sicuro a circa duecento militanti di Hamas che, secondo fonti di intelligence, sarebbero ancora nascosti nei tunnel sotto le aree del sud della Striscia controllate dall’esercito israeliano. Washington punta a evitare un massacro annunciato e, parallelamente, lavora a una proposta di stabilizzazione del territorio.
Fonti delle Nazioni Unite hanno confermato che l’amministrazione americana ha già fatto circolare una bozza di risoluzione al Consiglio di Sicurezza. Il testo, in discussione tra i principali Paesi membri, prevede la creazione di una forza internazionale di sicurezza dispiegata a Gaza per almeno due anni, con il compito di garantire l’ordine, facilitare gli aiuti umanitari e sostenere la ricostruzione delle infrastrutture distrutte.
Per la Casa Bianca, l’obiettivo è duplice: evitare un vuoto di potere che favorisca il ritorno di Hamas e, al tempo stesso, ridurre la pressione su Israele, oggi sempre più isolato sul piano internazionale. L’ipotesi di una missione multinazionale, tuttavia, incontra resistenze sia a Tel Aviv, che teme un’ingerenza esterna, sia tra i Paesi arabi, che chiedono garanzie chiare sulla fine dell’occupazione militare israeliana.
La vicenda di Itay Chen si inserisce così in un quadro di crescente complessità: un conflitto che non accenna a fermarsi, un equilibrio regionale sempre più fragile e una comunità internazionale divisa tra pressioni diplomatiche e impotenza operativa.
A Gaza, sotto le macerie e nelle strade devastate, continuano i bombardamenti israeliani. A Gerusalemme, gli assalti dei coloni alimentano la rabbia e il senso di umiliazione di una popolazione che da mesi vive sotto assedio. Sullo sfondo, la restituzione di un corpo – quello di un giovane soldato americano-israeliano – diventa l’emblema di un conflitto che non restituisce pace né ai vivi né ai morti, ma solo nuove ferite, sempre più profonde.
