La richiesta sarebbe arrivata direttamente da Vladimir Putin: l’Ucraina dovrebbe rinunciare al pieno controllo della regione di Donetsk per porre fine alla guerra. A rivelarlo, in via confidenziale, sono stati due alti funzionari dell’amministrazione statunitense al Washington Post, gettando nuova luce sulle trattative informali in corso tra Mosca e Washington, e sul ruolo cruciale che Donald Trump, candidato alla presidenza e già in contatto con i vertici del Cremlino, potrebbe avere nella ridefinizione dell’ordine geopolitico nell’Europa orientale.
Secondo le fonti del quotidiano americano, il presidente russo avrebbe espresso direttamente la sua posizione in vista di un possibile colloquio con Trump, che potrebbe avvenire nelle prossime settimane a Budapest. La capitale ungherese è emersa come sede plausibile di un faccia a faccia tra i due leader, grazie alla disponibilità del premier Viktor Orbán e alla recente apertura dell’Unione europea sulla questione dello spazio aereo.
La condizione del Cremlino: Donetsk in cambio della pace
L’ipotesi avanzata da Putin, ovvero la cessione formale e definitiva del Donbass orientale — in particolare della regione di Donetsk — rappresenterebbe, se confermata, una delle più esplicite condizioni mai poste da Mosca per un cessate il fuoco negoziato. La regione, teatro di scontri sin dal 2014 e cuore industriale dell’est ucraino, è oggi in gran parte occupata dalle forze russe, ma Kiev continua a rivendicarne l’integrità territoriale. L’intenzione del Cremlino, sempre secondo quanto trapelato, sarebbe quella di ottenere un riconoscimento de jure della sua presenza sul campo, suggellando militarmente e diplomaticamente il risultato ottenuto con l’invasione del 2022.
Il messaggio, che avrebbe raggiunto Washington in modo indiretto ma chiaro, si inserisce in un quadro più ampio di riposizionamenti internazionali, mentre sul campo il conflitto resta bloccato in una fase di logoramento e i tentativi diplomatici procedono a porte chiuse.
L’offensiva ucraina continua: drone colpisce impianto del gas a 1.300 km
Mentre i segnali di trattativa si affacciano sul piano diplomatico, la guerra prosegue con colpi a distanza che riscrivono le coordinate tradizionali del conflitto. Un drone ucraino, secondo quanto confermato da Kiev, è riuscito a colpire un importante impianto di produzione di gas russo situato a oltre 1.300 chilometri dal confine ucraino. Un’azione che sottolinea le capacità operative dell’aeronautica ucraina, sempre più in grado di penetrare in profondità nel territorio russo, nonostante i limiti imposti dai partner occidentali sull’uso delle armi fornite.
Il raid, non rivendicato ufficialmente dal governo di Zelensky ma confermato da fonti militari ucraine, ha colpito una struttura strategica nella rete energetica russa, aggiungendo ulteriore pressione sull’economia del Cremlino in un momento in cui le sanzioni occidentali e le difficoltà belliche iniziano a produrre effetti tangibili anche all’interno della Russia.
L’Ue apre al corridoio per Putin: il caso Budapest
Il possibile viaggio di Vladimir Putin in Ungheria — Paese membro dell’Unione Europea ma politicamente sempre più vicino a Mosca — ha sollevato non poche perplessità a Bruxelles. Tuttavia, un portavoce della Commissione ha chiarito che i singoli Stati membri, pur in un quadro sanzionatorio severo, possono concedere deroghe alla chiusura dello spazio aereo nei confronti della Russia, se lo ritengono necessario per motivi diplomatici o istituzionali. Di fatto, questo apre alla possibilità che l’Ungheria consenta l’arrivo di Putin per un incontro con Donald Trump, aggirando le restrizioni imposte dopo l’invasione dell’Ucraina.
Un’eventualità che suscita tensione all’interno del blocco europeo, dove i rapporti con Mosca restano gelidi, ma che conferma il ruolo crescente di Budapest come piattaforma diplomatica per interlocuzioni che altrove sarebbero politicamente impensabili.
Trump, la Casa Bianca e le armi a lungo raggio: “La guerra può finire anche senza i Tomahawk”
Nel frattempo, dalla Casa Bianca arrivano segnali di prudenza. In una dichiarazione che ha deluso le aspettative di Kiev, l’amministrazione statunitense — in particolare per voce del presidente — ha frenato sull’ipotesi di fornire missili Tomahawk all’esercito ucraino. “Penso che ci siano ottime chance che la guerra possa finire rapidamente, anche senza un’escalation legata ai missili a lungo raggio. Fornirli ora a Kiev sarebbe una provocazione troppo grande”, ha affermato il presidente.
Una posizione che riflette la cautela americana nell’evitare un coinvolgimento diretto che possa spingere Mosca a una reazione fuori scala, ma che al tempo stesso alimenta le frustrazioni del governo ucraino, impegnato in una guerra d’attrito in cui la superiorità tecnologica russa sul piano missilistico resta un ostacolo determinante.
Nessun vertice a tre: per ora escluso un faccia a faccia Putin-Zelensky-Trump
Nonostante le indiscrezioni sui contatti in corso, l’ipotesi di un incontro trilaterale tra Trump, Putin e Zelensky sembra per il momento accantonata. Il leader repubblicano, da tempo critico verso l’approccio militare dell’amministrazione Biden, ha lasciato intendere che preferirebbe muoversi su un piano bilaterale, trattando direttamente con Mosca, piuttosto che avviare un negoziato a tre che rischierebbe di impantanarsi nelle posizioni inconciliabili delle due parti in conflitto.
Una scelta che rispecchia la sua visione pragmatica e negoziale del conflitto, ma che lascia Kiev in una posizione ancora più fragile, soprattutto in vista delle elezioni presidenziali statunitensi, dove l’esito del voto potrebbe ridefinire radicalmente la postura americana sul dossier ucraino.
Conclusione: la guerra tra trattative e battaglie invisibili
A oltre due anni dall’inizio dell’invasione russa, la guerra in Ucraina resta sospesa tra il gelo delle trincee e le stanze ovattate della diplomazia internazionale. Se da un lato il Cremlino lancia messaggi distensivi — a patto di ricevere concessioni territoriali sostanziali —, dall’altro Kiev continua a colpire in profondità, dimostrando che il conflitto è tutt’altro che congelato.
La vera partita, ora, si gioca su più tavoli: tra la fermezza delle posizioni ucraine, la prudenza strategica degli Stati Uniti, le ambiguità dell’Unione europea e il ritorno in scena di Donald Trump, sempre più protagonista, a modo suo, della geopolitica globale.
