22 Settembre 2026, martedì
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Napoli, agguato mafioso nei Quartieri Spagnoli: quattro fermi per tentato omicidio, coinvolti anche due minorenni

Un 46enne, agli arresti domiciliari al momento dei fatti, avrebbe aperto il fuoco contro due giovani insieme al figlio sedicenne. Fondamentali i filmati e le testimonianze. Uno dei feriti è ancora in gravi condizioni.

Un agguato in piena regola, maturato nel cuore dei Quartieri Spagnoli di Napoli, dove ancora una volta le dinamiche di violenza criminale si intrecciano con la giovanissima età di alcuni protagonisti. Quattro persone, tra cui due minorenni, sono state fermate con l’accusa di tentato omicidio aggravato dal metodo mafioso per un episodio avvenuto la notte del 15 settembre in via Conte di Mola, a due passi dal centro cittadino.

L’operazione, condotta dai carabinieri della Compagnia Napoli Centro, è scattata lo scorso 15 ottobre, su delega della Direzione Distrettuale Antimafia e della Procura per i Minorenni. In manette sono finiti un uomo di 46 anni, una donna di 21, entrambi napoletani, e due ragazzi di 17 e 16 anni. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, i quattro avrebbero partecipato, a vario titolo, a un’azione armata contro un 23enne e un minorenne di 17 anni, apparentemente vittime designate di una vendetta o di un regolamento di conti.

L’elemento che più colpisce è che a sparare, secondo quanto accertato dagli investigatori, sarebbe stato proprio il 46enne – nonostante fosse ai domiciliari al momento dei fatti. L’uomo avrebbe lasciato la propria abitazione insieme al figlio sedicenne e a un terzo soggetto, al momento non identificato, per compiere l’agguato. Diversi i colpi esplosi. Uno di questi ha raggiunto all’addome il 23enne, che ancora oggi si trova ricoverato in condizioni critiche. Il minorenne che era con lui, invece, è rimasto miracolosamente illeso.

La sparatoria, avvenuta in una zona densamente abitata e frequentata, ha suscitato fin da subito forte allarme tra residenti e autorità. La tempestiva attività investigativa ha permesso di risalire in poche settimane ai presunti responsabili, grazie a un’attenta analisi incrociata delle immagini di videosorveglianza, sia pubbliche che private, raccolte nella zona dell’agguato. Decisive anche le dichiarazioni di persone informate sui fatti, che hanno contribuito a delineare in modo più nitido il contesto e i ruoli degli indagati.

A completare il quadro accusatorio, il presunto coinvolgimento della 21enne fermata, che non avrebbe partecipato direttamente all’agguato armato ma, secondo gli investigatori, avrebbe avuto un ruolo di supporto logistico: accompagnando uno dei due minorenni in un bed and breakfast, gli avrebbe permesso di travisare il volto prima di salire a bordo di uno scooter con targa coperta, poi utilizzato per affiancare i complici durante l’attacco.

La ricostruzione, riportata nelle carte della Procura, evidenzia un’organizzazione dell’azione che lascia pochi dubbi sulla matrice mafiosa del gesto, confermata anche dalla contestazione dell’aggravante da parte della Direzione Distrettuale Antimafia. La rapidità con cui si è passati dalla pianificazione all’esecuzione, l’uso di armi da fuoco, il coinvolgimento di minori e le modalità di fuga parlano di un agguato pensato per colpire con precisione e impatto.

All’esito delle udienze di convalida, svoltesi tra il 17 e il 18 ottobre, i giudici per le indagini preliminari hanno disposto la custodia cautelare in carcere per i due maggiorenni. Quanto ai minorenni, il più grande è stato trasferito in un Istituto penale minorile, mentre il sedicenne – figlio dell’uomo armato – è stato collocato in una comunità educativa, misura questa che tiene conto dell’età ma anche della gravità delle accuse.

L’inchiesta rimane aperta: gli inquirenti stanno ancora cercando di identificare la terza persona presente al momento della sparatoria, oltre a chiarire il movente preciso dell’azione. Sullo sfondo, rimane l’ombra inquietante di un contesto in cui l’intimidazione armata continua a essere strumento di controllo del territorio e regolazione dei conflitti, e in cui il reclutamento di giovanissimi per compiti di esecuzione o appoggio operativo rappresenta una dinamica ormai fin troppo consolidata.

Il caso ha riacceso il dibattito sulla crescente esposizione dei minori alle logiche criminali in contesti urbani a forte densità mafiosa. «Non è solo un problema di repressione – spiegano fonti investigative –. In quartieri come questi, la cultura del clan è ancora un modello, e troppo spesso i più giovani finiscono per considerare normali dinamiche che normali non sono. Per questo la risposta deve essere anche sociale, educativa, culturale».

Un’aggressione a sangue freddo, avvenuta sotto gli occhi della città, con protagonisti un padre, un figlio adolescente e una rete che, secondo le accuse, ha agito con freddezza e metodo. Un episodio che fa tremare Napoli e che restituisce l’immagine di una criminalità capace di colpire con violenza anche dentro le mura domestiche, spezzando ogni linea di confine tra il dentro e il fuori, tra la marginalità e il crimine organizzato. In attesa del processo, la città si interroga ancora una volta sulle sue ferite più profonde.

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