PADOVA – La basilica di Santa Giustina, nel cuore di Padova, è diventata teatro di un commiato solenne e struggente, intriso di dolore e gratitudine. Migliaia di persone si sono raccolte dentro e fuori l’edificio sacro per i funerali di Stato di Marco Piffari, Davide Bernardello e Valerio Daprà, i tre carabinieri tragicamente uccisi nell’esplosione avvenuta lo scorso 6 ottobre in un casolare a Castel d’Azzano, nel Veronese.
Un agguato devastante, architettato dai fratelli Ramponi, che ha ferito anche altri 27 militari. Tutti presenti oggi, stretti in un silenzio composto, seduti tra le prime file, testimoni vivi e sofferenti di una tragedia che ha colpito non solo l’Arma, ma l’intero Paese.
L’ingresso delle tre bare, avvolte nel tricolore, è stato accompagnato da un applauso lungo, commosso, vibrante. Una forma spontanea e corale di rispetto, che ha attraversato la navata fino alle migliaia di cittadini riuniti all’esterno, dove maxi schermi hanno trasmesso in diretta la celebrazione.
La cerimonia è stata officiata da monsignor Gian Franco Saba, ordinario militare per l’Italia. Nella sua omelia, pronunciata con voce ferma e parole dense di significato, ha definito l’evento «duro, doloroso e umanamente incomprensibile», sottolineando che i tre militari caduti «hanno servito la patria con amore». Un amore silenzioso, quotidiano, radicato nella scelta consapevole del servizio al bene comune.
«La vittoria sul male – ha detto Saba – è anche l’amore di chi serve la patria, cioè il prossimo, garantendo giustizia e stabilità alle istituzioni. I nostri fratelli hanno seguito questa via. Nel loro incontro con Cristo si saranno specchiati in Lui, scoprendo che il volto bello dell’umanità sta nel servire».
Il dolore delle istituzioni e l’abbraccio del Paese
Alla cerimonia erano presenti le più alte cariche dello Stato. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella è giunto con discrezione e, prima del rito, ha incontrato in forma privata le famiglie dei tre carabinieri. L’abbraccio con i genitori, i figli, le mogli, ha avuto la forza silenziosa delle lacrime condivise. È apparso visibilmente commosso, partecipe di un dolore profondo e autentico.
Accanto a lui, il presidente del Consiglio Giorgia Meloni, il presidente del Senato Ignazio La Russa, quello della Camera Lorenzo Fontana. Hanno preso parte alle esequie anche diversi membri del governo: Antonio Tajani, Guido Crosetto, Matteo Salvini, Matteo Piantedosi. Presenti inoltre il governatore del Veneto Luca Zaia, una delegazione del Partito Democratico guidata dalla segretaria Elly Schlein, il Capo di Stato Maggiore della Difesa Luciano Portolano e il Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri Salvatore Luongo.
Un’intera comunità militare ferita
Assieme ai rappresentanti delle istituzioni, una folta rappresentanza di uomini e donne delle forze dell’ordine ha gremito la basilica: uniformi, berretti, medaglie e sguardi che cercavano forza nel rituale collettivo del saluto. Ma il colpo più duro, visibilmente inciso sui volti, lo portavano i 27 colleghi rimasti feriti nell’attacco. Alcuni ancora visibilmente provati, altri in sedia a rotelle, tutti stretti in un abbraccio silenzioso e incrollabile.
I tre carabinieri, appartenenti al Gruppo Operativo Speciale, erano intervenuti in un’operazione ad alto rischio per la cattura dei fratelli Ramponi, noti per il loro profilo estremista e la pericolosità. L’ordigno artigianale piazzato nel casolare ha colto il gruppo in pieno, causando una devastazione che ancora oggi lascia senza parole. Le indagini, coordinate dalla magistratura veronese, continuano per fare piena luce su una dinamica che ha messo in discussione la stessa sicurezza degli operatori in prima linea.
Un tributo che chiama alla responsabilità collettiva
Il saluto alle vittime non si è limitato al rito religioso. L’intera città di Padova ha vissuto una giornata di lutto e raccoglimento. Le istituzioni locali hanno proclamato il lutto cittadino. Bandiere a mezz’asta, negozi con le serrande abbassate in segno di rispetto, scuole che hanno osservato un minuto di silenzio.
Mentre le salme dei tre militari lasciavano la basilica al termine del rito, nuove ondate di applausi hanno accompagnato il passaggio dei feretri verso le auto funebri. Dietro, i familiari, sorretti dall’Arma, seguiti da colleghi, amici, cittadini. Un corteo composto, affranto, che ha attraversato il sagrato come in un ideale passaggio di consegne: da chi è caduto a chi resta, con il compito di non dimenticare.
Un lutto nazionale che diventa monito
Il sacrificio di Marco, Davide e Valerio interpella lo Stato, le forze armate e la società civile. L’Arma dei Carabinieri, da sempre punto di riferimento capillare nel tessuto italiano, perde tre uomini esperti, motivati, profondamente legati al senso del dovere. La loro morte rappresenta non solo una ferita per le forze dell’ordine, ma anche un campanello d’allarme sulle condizioni operative in cui agiscono ogni giorno decine di migliaia di servitori dello Stato.
Il Paese ha risposto con unità, rispetto, presenza. Ma la vera memoria si misura nei fatti: nel rafforzamento della sicurezza operativa, nella tutela del personale, nel riconoscimento pieno del loro ruolo sociale.
Oggi Padova ha salutato tre carabinieri. Domani l’Italia sarà chiamata a ricordarli. Non con parole di circostanza, ma con scelte concrete. Perché il loro sacrificio, così come il dolore dei colleghi feriti, non sia vano.
