Sandro Ruotolo, responsabile Informazione nella segreteria nazionale del Partito Democratico, non usa mezzi termini. La voce di una possibile candidatura di Gennaro Sangiuliano alla presidenza della Regione Campania, nelle file di Fratelli d’Italia, suscita in lui sconcerto e indignazione politica. “Da non credere” – commenta – “Fratelli d’Italia sta pensando di candidare Gennaro Sangiuliano, ex direttore del Tg2, poi ministro della Cultura nel governo Meloni e oggi corrispondente Rai da Parigi. La Rai è stata trasformata in un albergo ad ore del potere: non solo strumento di propaganda, ma trampolino di lancio per carriere personali”.
Parole dure, che mettono al centro una questione cruciale: la permeabilità tra il servizio pubblico e la politica. Ruotolo sottolinea come mai, nella storia della televisione pubblica, si fosse assistito a un simile intreccio di ruoli: “Non era mai accaduto che un dirigente Rai diventasse ministro, tornasse in azienda e poi si ripresentasse in politica. Un’anomalia clamorosa, che riduce la Rai a una succursale del governo”.
Il dirigente dem riconosce che la Costituzione garantisce a ogni cittadino il diritto di candidarsi, ma aggiunge che la vicenda pone un problema politico e istituzionale di fondo. “È vero, Sangiuliano potrà mettersi in aspettativa se correrà per la Regione. Ma resta il nodo: serve un regolamento serio. Non si può considerare la Rai come una dependance del partito di governo, un ufficio a disposizione di chi passa dalla redazione al ministero, dal ministero allo studio televisivo e poi alle urne”.
L’attacco di Ruotolo si inserisce in un contesto più ampio di polemiche sul rapporto tra la maggioranza e la Rai. Secondo l’esponente democratico, il servizio pubblico radiotelevisivo è ormai schiacciato su logiche di appartenenza politica e utilizzato come piattaforma per costruire consenso. “Se davvero Fratelli d’Italia porterà avanti questa operazione – conclude Ruotolo – sarà l’ennesima conferma che per Giorgia Meloni la Rai significa solo propaganda, potere e poltrone”.
Una presa di posizione che rilancia il dibattito, mai sopito, sull’indipendenza del servizio pubblico e sulla necessità di regole più stringenti per evitare commistioni tra informazione, governo e carriere politiche.
