ROMA – Con la morte di Franco Lanzarini se ne va una delle ultime voci viventi della memoria storica più atroce della Resistenza italiana: l’eccidio di Marzabotto. Superstite della strage perpetrata dalle truppe nazifasciste tra il 29 settembre e il 5 ottobre 1944 sull’Appennino bolognese, Lanzarini ha dedicato tutta la sua esistenza alla custodia e alla trasmissione di quel ricordo, trasformando il dolore in impegno civile, in testimonianza diretta e in strumento di coscienza collettiva.
La notizia della sua scomparsa ha suscitato commozione e partecipazione. Tra le prime reazioni, quella della segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, che ha voluto ricordarlo con parole nette e sentite, sottolineando l’importanza della sua figura nel contesto del dibattito pubblico e della memoria storica nazionale.
“La morte di Franco Lanzarini, sopravvissuto all’eccidio nazifascista di Marzabotto, è una notizia dolorosa – ha scritto Schlein in una nota – e ci ricorda l’essenziale valore dei testimoni di quella stagione nella quale la ferocia umana ha travolto qualsiasi forma di civiltà. Durante tutta la sua vita ha raccontato quei drammatici momenti affinché il ricordo fosse di monito. Contro ogni revisionismo storico tocca a noi mantenere viva la sua testimonianza per continuare la sua opera di costruzione di una società fondata sulla pacifica convivenza. Tutta la comunità democratica si stringe ai suoi familiari e a quanti gli hanno voluto bene.”
Parole che fotografano con lucidità il senso di una perdita che va oltre la sfera privata e familiare. La figura di Franco Lanzarini, infatti, era diventata un riferimento civile e morale. Con la sua testimonianza, aveva contribuito a mantenere viva la memoria di una delle pagine più tragiche della nostra storia, opponendosi con forza al rischio sempre presente del revisionismo, della rimozione, dell’oblio.
Nato e cresciuto nelle terre martoriate dall’offensiva tedesca, Lanzarini aveva appena nove anni quando vide spezzarsi, sotto i suoi occhi, l’umanità e la vita di un’intera comunità. A Marzabotto, Monte Sole e nei borghi limitrofi, più di 770 civili furono uccisi dalle truppe della 16ª divisione corazzata SS “Reichsführer”, guidate dal maggiore Walter Reder. Donne, bambini, anziani: nessuno fu risparmiato. Un’azione di rappresaglia e sterminio sistematico, tra le più efferate compiute in Europa occidentale durante la Seconda guerra mondiale.
Lanzarini non ha mai smesso di raccontare. Le scuole, le piazze, i convegni istituzionali sono stati il suo campo d’azione. Il suo racconto, sempre lucido, sempre rispettoso, aveva il tono sobrio di chi ha conosciuto l’orrore e ne ha tratto la forza per lottare contro l’indifferenza e l’anestesia morale del presente.
In tempi in cui il negazionismo e il revisionismo storico trovano nuovi spazi e linguaggi, anche attraverso i social e una certa retorica politica, il ruolo dei testimoni come Franco Lanzarini è diventato ancora più centrale. La loro scomparsa rappresenta un monito: il testimone ora passa alla collettività, alle istituzioni, alla scuola, alla cultura. Non può più bastare la memoria individuale; serve una memoria pubblica, organizzata, consapevole.
La comunità di Marzabotto e tutta l’Emilia-Romagna piangono oggi un uomo che ha fatto della memoria una missione. E con loro, si stringe l’Italia democratica, quella che riconosce nella Resistenza le proprie radici e nel ricordo delle sue vittime una bussola etica e civile.
Franco Lanzarini lascia un vuoto che non è solo affettivo, ma anche simbolico. Con la sua morte, si chiude un’altra pagina vivente del Novecento. Tocca a tutti noi aprirne una nuova, fondata sul rispetto della storia, sulla difesa della verità e sulla capacità di costruire un futuro dove l’orrore non si ripeta. Non per dovere, ma per coscienza.
