PADOVA – A partire da lunedì 6 ottobre il carcere Due Palazzi di Padova darà ufficialmente il via a una delle innovazioni più significative e discusse del sistema penitenziario italiano degli ultimi anni: l’introduzione delle cosiddette “stanze dell’affettività”, spazi riservati e privi di sorveglianza visiva, dove i detenuti potranno incontrare in modo intimo e dignitoso i propri partner, nel rispetto della loro sfera personale e familiare.
La struttura padovana sarà la seconda in Italia, dopo l’istituto penitenziario di Terni, ad attivare questa possibilità, resa concretamente praticabile grazie a una sperimentazione della durata di quattro mesi, sostenuta da un ampio fronte di associazioni locali, giuristi e operatori del mondo penitenziario.
Un progetto nato dal basso e sostenuto dalla giurisprudenza costituzionale
L’iniziativa non nasce in modo improvvisato, ma è frutto di un lungo percorso giuridico, sociale e culturale. La spinta decisiva è arrivata da una sentenza della Corte Costituzionale, che nel 2022 ha dichiarato incostituzionale una parte dell’articolo 18 della legge penitenziaria n. 354 del 1975 (modificata nel 1975 con la legge n. 26), là dove vietava ai detenuti di svolgere colloqui intimi con il coniuge o il partner in assenza di controllo visivo da parte della polizia penitenziaria.
La Consulta ha sancito, in modo chiaro, che la tutela dell’affettività rientra nei diritti fondamentali della persona, e che il carcere – pur limitando la libertà – non può cancellare la dignità relazionale e sentimentale del recluso. Da lì, è partita una riflessione più ampia sul significato stesso della pena detentiva, sempre più orientata, anche in linea con il dettato dell’articolo 27 della Costituzione, alla rieducazione piuttosto che alla mera punizione.
L’organizzazione delle stanze: riservatezza, sicurezza, umanità
Nel carcere di Padova le “stanze dell’amore” – nome giornalisticamente efficace ma che non restituisce appieno il senso profondo dell’iniziativa – saranno collocate in prossimità dell’area dedicata ai colloqui familiari, ma in spazi appositamente attrezzati per garantire riservatezza, sicurezza e igiene, nel rispetto sia della dignità dei detenuti sia delle esigenze operative dell’istituto.
L’accesso alle stanze sarà possibile solo su autorizzazione del magistrato di sorveglianza e previa verifica della documentazione che attesti il legame affettivo con il partner (coniuge, convivente, compagno o compagna stabile). Al momento sono tre i detenuti che hanno richiesto formalmente di usufruire di questo diritto, ma si prevede che il numero possa crescere nel corso della sperimentazione.
Non un privilegio, ma un diritto costituzionale
È importante sottolineare come la misura non rappresenti un “beneficio premiale” riservato ai detenuti modello, ma un diritto soggettivo esercitabile da chiunque ne abbia i requisiti, fatta salva la necessità di garantire l’ordine e la sicurezza interna. Il progetto punta a umanizzare la detenzione e a contrastare la desertificazione affettiva che colpisce molti reclusi, soprattutto quelli con pene lunghe o senza prospettiva immediata di reinserimento.
“Quello che accade oggi a Padova è un passo avanti di civiltà – sottolineano i volontari delle associazioni coinvolte –. Il carcere non può essere solo contenimento, ma deve essere anche uno spazio dove si tutelano i legami, si ricostruiscono le relazioni, si mantengono vivi gli affetti. È anche attraverso questi strumenti che si lavora alla prevenzione della recidiva”.
La centralità della dimensione affettiva nel percorso di reinserimento
L’iniziativa si inserisce in una visione più ampia della pena come percorso trasformativo, in cui la conservazione della rete affettiva – soprattutto quella con i partner e i figli – è considerata fondamentale per il reinserimento sociale del detenuto. Molti studi internazionali hanno infatti evidenziato come i detenuti che mantengono solidi rapporti familiari durante la detenzione abbiano tassi di recidiva significativamente più bassi.
In questa prospettiva, il mantenimento della vita sentimentale e sessuale non è solo una questione di tutela dei diritti individuali, ma uno strumento strategico di politica penitenziaria, in grado di influire sulla serenità degli istituti, sul clima interno e sull’efficacia del percorso rieducativo.
Una sperimentazione destinata a fare scuola
La sperimentazione padovana sarà attentamente monitorata sia dal Ministero della Giustizia sia dagli osservatori indipendenti che si occupano di diritti umani nelle carceri. I risultati del progetto saranno fondamentali per valutare una possibile estensione su scala nazionale del modello, eventualmente con l’introduzione di linee guida condivise su criteri di accesso, strutture, frequenza degli incontri e protocolli di sicurezza.
La strada, però, è ancora in salita. In molte realtà penitenziarie italiane mancano spazi adeguati, risorse e personale per attuare iniziative simili. Inoltre, non mancano le resistenze culturali e ideologiche, che vedono nell’apertura all’affettività una concessione eccessiva o un segnale di debolezza dello Stato.
Un Paese che rispetta la dignità anche dentro le mura
Eppure, come ricorda la stessa Corte Costituzionale, “la privazione della libertà personale non può comportare la cancellazione dell’identità relazionale dell’individuo”. In quest’ottica, l’avvio delle stanze dell’affettività a Padova rappresenta non solo un’innovazione operativa, ma anche una prova di maturità democratica per un sistema penitenziario che, pur tra mille difficoltà, cerca di allinearsi ai principi costituzionali e alle buone pratiche europee.
Il carcere, per quanto luogo di pena, non può e non deve essere luogo di annientamento personale. Garantire al detenuto la possibilità di vivere, anche se in forma limitata e controllata, la propria affettività, significa riconoscere che ogni individuo, anche il più colpevole, rimane titolare di diritti inviolabili.
A Padova, da lunedì, questo principio troverà una traduzione concreta. E forse, con il tempo, anche una nuova normalità per le carceri italiane.
