2 Maggio 2026, sabato
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Netanyahu rilancia la linea dura: “Hamas sarà smantellato, militarmente o politicamente. Accetterà il piano Trump”

Il premier israeliano fissa tempi stretti per la trattativa e rivendica il controllo sulla Striscia di Gaza. In piazza a Tel Aviv, 120mila persone chiedono il ritorno degli ostaggi. L’eco della protesta risuona meno forte rispetto alle mobilitazioni pro-Palestina in Europa.

Tel Aviv – In un contesto sempre più infiammato e polarizzato, il primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu torna a esporsi con dichiarazioni nette che non lasciano spazio a interpretazioni. In un discorso pubblico scandito da toni assertivi e volutamente provocatori, il leader del Likud ha ribadito l’obiettivo strategico di Israele: smantellare Hamas, con ogni mezzo disponibile, e spingere la fazione palestinese ad accettare il cosiddetto “piano Trump”, già al centro di profonde controversie e divisioni internazionali.

“Stati Uniti e Israele limiteranno i negoziati a pochi giorni. Poi Hamas verrà smantellato, militarmente o politicamente”, ha affermato Netanyahu, aggiungendo che “Hamas è stato costretto ad accettare il piano Trump”, in riferimento al controverso “Accordo del secolo” presentato dall’ex presidente americano nel 2020, che prevedeva una soluzione unilaterale fortemente favorevole agli interessi israeliani.

Un linguaggio muscolare per una strategia di pressione

Le parole del premier israeliano si inseriscono in una strategia comunicativa ormai consolidata, fatta di affermazioni muscolari, finalizzate tanto alla pressione politica quanto alla rassicurazione del proprio elettorato. Netanyahu ha inoltre evocato la festività ebraica di Sukkot (dal 6 al 12 ottobre) come possibile momento simbolico per un annuncio tanto atteso quanto incerto: “Spero che durante Sukkot potrò annunciare il ritorno di tutti i nostri rapiti, mentre l’IDF rimane in profondità nella Striscia. Il nostro esercito rimarrà nei territori che controlla nella Striscia di Gaza”.

Un’affermazione che non lascia margini all’ipotesi di un rapido disimpegno militare israeliano da Gaza, dove l’esercito continua a operare in aree chiave, mantenendo un controllo diretto anche oltre le linee di cessate il fuoco formali.

La protesta degli ostaggi: 120mila in piazza a Tel Aviv

Mentre Netanyahu rilancia la sua linea dura, in piazza degli Ostaggi, nel cuore di Tel Aviv, si è svolta una delle manifestazioni più partecipate dall’inizio del conflitto. Secondo il Forum delle famiglie dei rapiti, sono state circa 120mila le persone che si sono radunate per commemorare il secondo anniversario dall’attacco del 7 ottobre e per continuare a chiedere, con forza, il ritorno a casa dei civili israeliani ancora trattenuti a Gaza.

Una mobilitazione che testimonia la crescente pressione interna a cui è sottoposto il governo israeliano, accusato da una parte della società di non aver fatto abbastanza per la liberazione degli ostaggi, e dall’altra di aver gestito la risposta militare in modo troppo aggressivo e con scarse prospettive politiche.

Il confronto con l’Europa: mobilitazioni a due velocità

Non è passato inosservato il confronto tra la piazza israeliana e le mobilitazioni europee a sostegno della causa palestinese, che nelle ultime settimane hanno registrato numeri sensibilmente più alti. In capitali come Londra, Berlino, Roma e Parigi, le manifestazioni pro-Palestina hanno mobilitato centinaia di migliaia di persone, con slogan e cortei che hanno evidenziato una crescente frattura nell’opinione pubblica internazionale rispetto al conflitto israelo-palestinese.

Questa disparità nei numeri – e nell’attenzione mediatica – riflette una dinamica sempre più polarizzata, dove la narrativa dominante in Israele fatica a trovare spazio nelle piazze occidentali, oggi molto più sensibili ai temi del diritto umanitario, delle vittime civili e dell’autodeterminazione palestinese.

Il contesto: impasse diplomatico e tensioni crescenti

La situazione sul terreno rimane tesa e fluida. Gli sforzi negoziali, portati avanti anche da attori terzi come Egitto, Qatar e Stati Uniti, sembrano scontrarsi con una volontà politica che fatica a trovare punti d’incontro. L’idea di Netanyahu di limitare i negoziati a “pochi giorni” sembra più una mossa retorica che una reale previsione diplomatica, soprattutto alla luce della complessità del contesto e della distanza tra le posizioni delle due parti.

Il riferimento insistito al piano Trump, che prevede un controllo israeliano su Gerusalemme e ampie porzioni della Cisgiordania, conferma la volontà di Gerusalemme di mantenere il controllo strategico del dossier, senza concessioni sostanziali ai palestinesi. Una linea che continua ad alimentare tensioni, tanto nella regione quanto sulla scena internazionale.

Conclusioni

Le parole di Netanyahu e la massiccia mobilitazione di Tel Aviv offrono uno spaccato chiaro del momento che attraversa Israele: un equilibrio fragile tra ambizioni politiche, emergenza militare e pressioni sociali. Mentre il premier stringe i tempi e alza il tono, il paese resta diviso tra chi invoca un’azione risolutiva e chi chiede una svolta politica, diplomatica e umanitaria.

Nel frattempo, le piazze europee sembrano aver scelto con decisione da che parte stare, offrendo una visibilità crescente alla causa palestinese. Il rischio, però, è che le rispettive narrative restino impermeabili l’una all’altra, lasciando il conflitto in una pericolosa stagnazione. Un vicolo cieco, dal quale né i raid militari né le dichiarazioni roboanti sembrano poter far uscire la regione.

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