14 Luglio 2026, martedì
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Israele, primi segnali di tregua: 26 italiani in partenza, Hamas apre sugli ostaggi, Trump chiede lo stop ai bombardamenti

La crisi a Gaza potrebbe entrare in una nuova fase: evacuazioni in corso per i connazionali della Flottiglia, passi avanti su un piano negoziale. Ma nella Striscia si continua a morire.

Roma – Ventisei cittadini italiani stanno per lasciare Israele. Erano a bordo della Global Sumud Flotilla, l’imbarcazione diretta simbolicamente verso Gaza per rompere l’assedio, intercettata nei giorni scorsi dalla Marina israeliana e condotta nel porto di Ashdod. Lo ha confermato il ministro degli Esteri Antonio Tajani, annunciando che il gruppo sarà rimpatriato nelle prossime ore con un volo charter organizzato in coordinamento con l’ambasciata italiana a Tel Aviv.

“Per gli altri 15 italiani che si trovavano sulla stessa imbarcazione e che non hanno firmato il foglio di rilascio volontario”, ha precisato Tajani, “la procedura sarà più lunga. In assenza del loro consenso all’espulsione immediata, dovranno attendere la conclusione del procedimento giudiziario d’espulsione, prevista per la prossima settimana. Ho nuovamente dato disposizioni affinché l’Ambasciata vigili sul pieno rispetto dei loro diritti”.

L’evacuazione dei connazionali avviene in un contesto in rapida evoluzione. Secondo quanto riferito dal Times of Israel, l’ufficio del primo ministro Benjamin Netanyahu avrebbe dato il via libera all’attuazione della prima fase del piano in 20 punti proposto dal presidente americano Donald Trump. Il documento, finora non reso pubblico nella sua interezza, prevede tra i primi passaggi la cessazione delle operazioni offensive a Gaza City, in cambio dell’avvio di un processo negoziale con Hamas e il rilascio degli ostaggi israeliani ancora detenuti nella Striscia.

Da parte sua, il movimento islamista ha inviato nella serata di venerdì una risposta ufficiale, dichiarandosi favorevole alla liberazione degli ostaggi e disponibile ad aprire un confronto sui punti proposti dall’amministrazione americana. Una svolta significativa, accolta con entusiasmo dal presidente Trump: “È un giorno speciale, forse senza precedenti. Siamo vicini alla pace in Medio Oriente”, ha dichiarato in un videomessaggio, chiedendo contestualmente a Israele di “fermare immediatamente i bombardamenti su Gaza”.

La situazione sul campo, però, continua a essere confusa. Secondo alcune fonti militari israeliane, l’IDF – le Forze di Difesa Israeliane – avrebbe già ricevuto l’ordine di cessare le operazioni offensive nella città di Gaza, pur mantenendo attività “difensive” in corso. Ma dalla Striscia arrivano notizie drammatiche: la protezione civile locale ha denunciato nuovi attacchi notturni, che avrebbero causato la morte di almeno sei persone, tra cui due bambini. Al momento, non è stato possibile verificare in modo indipendente tali informazioni.

Non è la prima volta che spiragli di dialogo vengono aperti solo per richiudersi nel giro di poche ore, ma questa volta le circostanze sembrano diverse. Il contesto internazionale è infatti radicalmente cambiato. Dopo settimane di pressioni e condanne da parte delle principali cancellerie europee, l’iniziativa americana sembra aver rotto l’impasse diplomatico. La Casa Bianca, consapevole della complessità del dossier, ha scelto un approccio diretto e multilaterale, coinvolgendo attivamente sia Israele sia le principali potenze regionali, a partire da Egitto e Qatar.

Sul fronte israeliano, il governo Netanyahu appare diviso. Se da una parte il premier sembra pronto ad accogliere, almeno in parte, la proposta statunitense, dall’altra l’ala più oltranzista della coalizione di governo non nasconde il proprio dissenso. “Parlare con Hamas equivale a legittimare il terrorismo”, ha dichiarato nelle scorse ore il ministro Itamar Ben-Gvir, leader del partito di estrema destra Otzma Yehudit. Una linea dura che potrebbe complicare l’attuazione del piano e provocare nuove tensioni interne al fragile esecutivo israeliano.

Intanto, sul piano umanitario, la situazione a Gaza resta gravissima. Le infrastrutture sanitarie sono allo stremo, l’accesso all’acqua potabile è limitato, e la fornitura di elettricità è interrotta da giorni in molte zone della Striscia. Le organizzazioni internazionali continuano a lanciare appelli per una tregua duratura e per la creazione di corridoi umanitari sicuri. Le parole di Trump e il segnale distensivo di Hamas potrebbero rappresentare un primo passo concreto in questa direzione, ma molto dipenderà dalla capacità delle parti di tradurre le aperture diplomatiche in fatti.

Per l’Italia, l’evacuazione dei connazionali rappresenta una priorità umanitaria ma anche un gesto politico. La presenza degli attivisti italiani a bordo della Flottiglia è stata oggetto di polemiche, soprattutto in Israele, dove l’iniziativa è stata interpretata come una provocazione. Il ministro Tajani ha mantenuto un approccio istituzionale, evitando escalation verbali ma ribadendo il diritto dei cittadini italiani a un trattamento rispettoso e conforme alle convenzioni internazionali.

In un contesto così delicato, ogni passo deve essere misurato. Ma se le parole di queste ore troveranno conferma nei fatti, potrebbe essere davvero iniziata una nuova fase. Più vicina alla pace, meno lontana dalla fine di un conflitto che, troppo spesso, ha travolto civili inermi, cancellando vite e speranze su entrambi i lati del muro.

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