La battaglia per la parità salariale, tema cruciale nelle agende europee e da anni al centro di campagne di mobilitazione sociale e politica, torna a infiammare lo scontro tra maggioranza e opposizione in Italia. A innescare il dibattito è Alessandro Zan, europarlamentare e responsabile diritti del Partito Democratico, che in una nota ha chiesto a Giorgia Meloni di fare chiarezza sul presunto tentativo dell’esecutivo di ostacolare l’attuazione della direttiva europea sulla trasparenza salariale.
“Mentre in Europa lottiamo per abbattere il gender pay gap, in Italia il governo Meloni starebbe provando a sabotare la direttiva sulla trasparenza salariale – ha dichiarato Zan –. Lo denunciano i sindacati europei, in particolare il Comitato donne della CES. Nel nostro Paese le donne guadagnano in media il 20% in meno rispetto ai colleghi maschi: questa è la realtà. Se fosse confermata l’intenzione di indebolire la direttiva da parte del governo italiano, sarebbe scandaloso che il primo governo guidato da una premier donna si schierasse contro le donne”.
Il cuore della questione riguarda il recepimento della direttiva comunitaria, approvata a Bruxelles per ridurre le disuguaglianze di trattamento e garantire maggiore trasparenza nei contratti e nei percorsi professionali. Secondo i promotori, si tratta di uno strumento essenziale per colmare un divario salariale che in Italia – come in gran parte d’Europa – continua a pesare nonostante le norme vigenti e le politiche di parità formale.
Per Zan, ogni tentativo di frenare o annacquare l’applicazione della direttiva rappresenterebbe una scelta grave e un segnale politico preoccupante: “La direttiva europea deve essere recepita senza trucchi né alibi – ha sottolineato –. La parità salariale non è un fastidio burocratico, è un diritto fondamentale. Meloni faccia chiarezza”.
La denuncia del dirigente democratico si innesta in un quadro nazionale che vede ancora le donne penalizzate non solo sul piano retributivo, ma anche in termini di opportunità di carriera, accesso a ruoli dirigenziali e tutele legate alla maternità. Un divario che, secondo gli osservatori, rischia di allargarsi ulteriormente se l’Italia dovesse rallentare il percorso imposto dall’Unione Europea.
Con questo nuovo affondo, il Partito Democratico torna dunque a puntare il dito contro il governo, accusandolo di mancare di coerenza proprio sul terreno dei diritti e della parità di genere. Un terreno che, per la sua valenza simbolica e politica, rischia di diventare un banco di prova cruciale non solo per la maggioranza, ma anche per l’immagine internazionale dell’Italia e per la stessa leadership di Giorgia Meloni.
