27 Luglio 2026, lunedì
HomeItaliaPoliticaPontida, il medioevo in salsa social: tra magliette con Charlie Kirk, cori...

Pontida, il medioevo in salsa social: tra magliette con Charlie Kirk, cori contro Calenda e “remigrazione”, la Lega gioca con il fuoco della nostalgia

Sul pratone si celebra il raduno dei Giovani leghisti: Vannacci agita l’eredità di Kirk, cita la “remigrazione” e dice di farsi la scorta da solo. Salvini riappare tra ovazioni e vecchi slogan. In sottofondo, un’aria di Ventennio riarrotolata in chiave pop, che tra magliette nere e tribune identitarie riesce ancora a far tremare i polsi

A cura di Daniele Cappa

PONTIDA – Il cielo sopra Pontida è terso, l’erba del pratone è verde come la camicia di ordinanza, ma l’aria è quella d’altri tempi. Tempi remoti. Talmente remoti che a tratti pare di essere finiti in una rievocazione storico-politica ambientata tra Medioevo padano e Ventennio riveduto e corretto. Solo che qui non ci sono comparse né registi: c’è la Lega, ci sono i suoi giovani, e ci sono i suoi leader, tra magliette con scritte “Freedom” e retoriche muscolari che sembrano uscite da un manuale di autodifesa identitaria.

A prendere in mano il microfono per primo è il generale Roberto Vannacci, da qualche mese vicesegretario della Lega e da qualche settimana europarlamentare con oltre mezzo milione di voti. Un successo personale trasformato oggi in palcoscenico permanente per le sue idee, che miscelano sovranismo da esportazione, richiami culturali d’Oltreoceano e una certa allergia per le sfumature.

Vannacci versione profeta (con maglietta)

Indossa una maglietta nera con il volto di Charlie Kirk, giovane icona della destra americana, e la scritta “Freedom”, giusto per fugare ogni dubbio. Poi prende la parola e inizia la predica laica: “Non dobbiamo solo parlare di Charlie Kirk, dobbiamo esserne gli eredi. Nelle scuole, nei palazzetti, nelle piazze”. Il tono è quello ispirato, da chiamata alle armi. Le idee, dice, “non si combattono con la censura o con i tribunali”, e fin qui niente di nuovo, ma aggiunge: “tantomeno a fucilate”, quasi a rassicurare un pubblico che di fucili, per fortuna, al momento non ne ha portati.

Il sottotesto è chiaro: il mondo è contro di noi, ma noi siamo i puri, i forti, i giusti. Il tutto accompagnato da cori che sembrano scritti da un ufficio marketing nostalgico: “C’è solo un generale, solo un generale”. Il pubblico è con lui, il pratone anche. E l’aria inizia ad avere un retrogusto familiare: più che “Freedom”, qui sembra di risentire l’eco lontano di “Credere, obbedire, combattere”. Ma con l’aggiunta del wi-fi.

Salvini torna in scena: “Il mio riposo siete voi”

E mentre Vannacci galvanizza la folla, ecco il colpo di teatro. Matteo Salvini, dato per assente causa colica renale, spunta a sorpresa come un condottiero tornato dal fronte. Il pubblico esplode: “C’è solo un capitano”. La messinscena è perfetta. E Salvini lo sa. Sorrisi, battute, voce roca ma presente. “Al pronto soccorso mi hanno detto di riposarmi. Ma il mio riposo siete voi”.

Un’entrata alla Che Guevara della Bassa Padana, solo con meno rivoluzione e più propaganda. Poi il consueto sfogo contro le élite: “Oggi come trent’anni fa tutti ce l’hanno con noi. Giornali, radio, televisioni, università, sindacati, banchieri…”. L’elenco potrebbe continuare fino all’indomani, ma il senso è chiaro: la Lega contro il mondo. Anzi, meglio: la Lega sola contro il mondo. E il mondo, da quelle parti, è sempre molto affollato.

“Remigrazione”: ritorno al futuro con l’elmetto

Il concetto di “remigrazione” non è nuovo, ma Vannacci lo propone come se avesse appena reinventato la ruota quadrata. “L’80% degli immigrati è entrato illegalmente e va rimpatriato. Ma anche chi è entrato legalmente e non rispetta le nostre tradizioni, la nostra cultura, le nostre radici… perché dovrebbe restare nella nostra patria?”.

Una visione geometrica del mondo: chi sta dentro, chi sta fuori. Chi è conforme e chi è incompatibile. Una sorta di apartheid delle intenzioni travestita da buon senso, venduta come “banale”, e quindi incontestabile. Ma se le parole hanno ancora un peso, quello pronunciato da Vannacci è un manifesto politico che ha il sapore inquietante di qualcosa già visto, già sentito. E che, nonostante gli slogan moderni, odora di muffa ideologica.

La scorta? “Me la faccio da solo”

Non poteva mancare la parte da duro. E infatti arriva: “Io non ho paura. La scorta me la faccio da solo”. Frase degna di un western spaghetti, solo che qui siamo nella realtà. Ed è proprio questa ostentazione di forza individuale a spaventare più delle parole: l’idea che la legge sia un dettaglio, che la sicurezza personale sia questione privata, che il rischio sia virile, e chi ha paura, in fondo, sia debole. O peggio: di sinistra.

Ma è proprio alla sinistra che Vannacci riserva il colpo di grazia: “Il vittimismo non fa parte della destra. È Saviano che gira con la scorta, non io. Oggi, se non sei una vittima, non sei nessuno”. Una provocazione? Forse. O forse solo la versione aggiornata del solito copione: chi denuncia è debole, chi subisce è vittima, e chi marcia col petto in fuori ha sempre ragione.

Calenda nel mirino: quando la goliardia diventa intimidazione

Nel frattempo, dal prato si alzano cori contro Carlo Calenda, reo di aver partecipato alla festa dei Giovani di Forza Italia. “Calenda, Calenda vaff…”, cantano i giovani leghisti, con entusiasmo da curva sud e contenuti da assemblea condominiale del Ventennio. Qualcuno, più ispirato, usa il megafono: “Devono decidere se stare con noi o contro di noi”. E qui il tono si fa serio. Perché se il mondo è diviso in amici e nemici, la politica diventa guerra. E quando la politica diventa guerra, la democrazia si ammala.

Calenda risponde su X: “Quando i buoi padani muggiscono dal prato di Pontida, sai di essere nel giusto”. Una frase che fa discutere, certo, ma che restituisce il clima: quello di una giornata in cui l’offesa è strumento politico e l’avversario va sbeffeggiato, non sfidato sul piano delle idee.

Una Lega in bilico tra passato e passato

Pontida, ancora una volta, è stata fedele a se stessa. Ma stavolta con qualcosa di più. Un senso diffuso di ritorno all’origine, ma con una virata cupa. La nostalgia per il passato non è più folclore, è programma. La retorica dell’assedio non è più uno sfogo, è strategia. E se l’identità diventa l’unico criterio di inclusione, allora la politica diventa religione. Con i suoi simboli, i suoi nemici, i suoi martiri e i suoi generali.

La Lega di Salvini, che un tempo flirtava con il populismo a colpi di mojito e dirette Facebook, ora sembra corteggiare qualcosa di più profondo e pericoloso: un’idea di Nazione intesa come fortezza, una società gerarchica fondata sull’omologazione culturale, e una visione del mondo in bianco e nero, dove il dubbio è un tradimento e la diversità una minaccia.

Sì, il medioevo con il profumo del Ventennio fa paura. E a Pontida, oggi, se ne è respirato a pieni polmoni. Con il sorriso sulle labbra, le bandiere al vento, e la convinzione che la libertà sia solo per chi se la merita. Gli altri, magari, li aspetta la “remigrazione”.

Sponsorizzato

Ultime Notizie

Commenti recenti