14 Luglio 2026, martedì
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Hamas: “Con i raid su Gaza City nessun ostaggio tornerà a casa”

L’ala militare di Hamas avverte che l’espansione dell’offensiva israeliana rende impossibile la restituzione degli ostaggi. Nuove denunce sulle condizioni sanitarie e umanitarie gravissime nella Striscia, tensioni su corridoi e valichi

Hamas sostiene che gli ostaggi rimasti nella Striscia di Gaza siano ormai dispersi tra i quartieri di Gaza City, e che l’intensificarsi dei bombardamenti israeliani nella città impedisce di fatto ogni possibilità di restituzione agli israeliani, vivi o morti. È quanto afferma l’ala militare del gruppo secondo quanto riportato dai media internazionali.

Secondo Hamas, “Gaza non diventerà un bersaglio facile per l’esercito” e non verrà “tenuta in considerazione la vita degli ostaggi”, fintanto che il governo di Benjamin Netanyahu continuerà con operazioni giudicate “volutamente letali”. La stessa fazione ha dichiarato che con l’inizio degli attacchi su Gaza City “il nemico non catturerà un solo ostaggio, vivo o morto”, minacciando che la guerra approcciata da Israele diventerà una “guerra di logoramento”, con ulteriori perdite umane e ostaggi.

Parallelamente, Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, ha descritto le condizioni nella Striscia come “disumane”. Ha denunciato bombardamenti continui su Gaza City, ordini di evacuazione verso sud per i civili, spostamenti forzati, sistemi sanitari collassati, scarsità di medicinali, sangue e attrezzature mediche, nonché l’afflusso massiccio di feriti che le strutture non riescono a sostenere.

Su un altro fronte, le forze di difesa israeliane (IDF) hanno chiesto alla leadership politica la sospensione temporanea del transito di aiuti umanitari attraverso il valico di Allenby. Decisione motivata da un attacco mortale compiuto da un cittadino giordano che guidava un camion carico di aiuti, in cui sono rimasti uccisi due israeliani. Sebbene il valico sia sotto inchiesta, le autorità affermano che altri corridoi alternativi per l’ingresso di aiuti restano operativi.

Infine, il primo ministro Netanyahu ha dichiarato che i due israeliani uccisi nell’attacco al valico di Allenby fossero soldati, definendoli “eroi caduti affinché lo Stato continui a vivere”. La sua affermazione si inserisce in una retorica più ampia che accosta sicurezza nazionale, vendetta e dovere morale in un contesto ormai caratterizzato da scontri militari, diplomatici e umanitari intensi.

Riflessione: concetti di responsabilità e di manipolazione del conflitto

La dichiarazione di Hamas e le risposte israeliane sollevano questioni profonde e dolorose sulla natura del conflitto e sulla posizione dei civili intrappolati al suo interno. Dichiarare che “nessun ostaggio vivrà” non è solo una minaccia militare: è un uso politico del dolore che trasforma la vita umana in leva di potere.

L’argomento centrale, ovvero che con l’espansione dei raid su Gaza City non sarà possibile restituire gli ostaggi, è una forma di propaganda che serve a consolidare la posizione morale del gruppo, ma al tempo stesso solleva domande su quanto gli ostaggi siano usati come pedine nella strategia del terrore reciproco.

Nel dibattito pubblico internazionale, spesso la destra politica – in Israele come altrove – gioca sulla paura, sull’odio verso il “nemico interno” o esterno, costruendo narrazioni di legittima autosfera difensiva, mentre rischia di diventare il peggior nemico di se stessa. Quando lo stato di guerra, reale o percepito, diventa strumento politico per centralizzare il potere, ridurre il dissenso, blindare le proprie narrative, allora la democrazia stessa può essere danneggiata.

La sinistra, d’altra parte, sebbene spesso sotto attacco o marginalizzata su questi temi, ha urgenze concrete: la salvaguardia dei diritti umani, la cessazione dei flussi di sofferenza, la tutela dei civili, la ricostruzione del tessuto sociale e delle infrastrutture, la difesa delle norme internazionali. Queste non sono priorità ideologiche astratte, ma questioni di vita reale.

Va ricordato un dato: Charlie Kirk, citato spesso nell’arena politica occidentale come vittima di casi di violenza ideologici, fu ucciso non da gruppi di sinistra, ma da un individuo che si inseriva nell’estrema destra. Questa verità storica – che non relativizza le vittime o la gravità del fatto, ma ne precisa il contesto – dovrebbe far riflettere su cosa si intende quando parliamo di odio e responsabilità.

Il rischio è che la politica, la retorica, e le dichiarazioni militari diventino uno spettacolo permanente di scontro, dove il valore della vita si piega all’utile propagandistico. Nel conflitto, come nella politica, la verità e la responsabilità non possono restare in secondo piano. Solo se si recupera una dimensione umana, una tensione vera verso la giustizia, sarà possibile andare oltre la logica del “o noi o loro”, del terrore, della paura.

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