5 Luglio 2026, domenica
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“The Wall”, blitz antimafia a Gela: 15 arresti per droga e armi, legami con i clan Rinzivillo e Campofranco

Colpita un’organizzazione criminale radicata nel Nisseno e alimentata da traffici nazionali di cocaina e hashish. Droni per rifornire i detenuti, “salvadanaio” comune per spese legali e telefonini in carcere. Ordinanze eseguite dai Carabinieri su ordine della DDA di Caltanissetta.

GELA – Un traffico ben oliato, alimentato da un’articolata rete di contatti tra il Nord e il Sud Italia, con ramificazioni in ambienti criminali di lunga tradizione mafiosa. Quindici persone sono state raggiunte da misure cautelari, tredici delle quali finite in carcere, nell’ambito di un’operazione condotta dai Carabinieri del Comando Provinciale di Caltanissetta e coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia della locale Procura. Il Gip del Tribunale di Caltanissetta ha ritenuto sussistenti gravi indizi di colpevolezza nei confronti degli indagati, accusati a vario titolo di associazione finalizzata al traffico di droga, detenzione e porto abusivo di armi e munizioni, con l’aggravante – tutt’altro che marginale – di aver favorito cosa nostra, in particolare la storica famiglia mafiosa dei Rinzivillo, attiva nel territorio di Gela.

Le indagini, avviate nel maggio del 2024 come prosecuzione dell’operazione “Antiqua”, hanno permesso di ricostruire l’organigramma e le dinamiche operative di un sodalizio criminale che avrebbe gestito, tra la primavera del 2024 e l’estate del 2025, un imponente traffico di sostanze stupefacenti, in prevalenza cocaina, hashish e, in misura minore, crack. La droga arrivava principalmente dalla Lombardia e dalla Liguria, ma anche dalla Calabria e da Palermo, per essere poi trasferita e stoccata a Gela, città individuata come base logistica centrale del gruppo.

Una “holding” della droga con centro a Gela

Le investigazioni – ribattezzate “The Wall” – hanno portato alla luce una struttura ben organizzata, capace di approvvigionare grandi quantitativi di droga, distribuirli con modalità sicure e remunerative, e reinvestire i proventi in un fondo comune, chiamato nelle conversazioni intercettate “il salvadanaio”. Questo fondo, oltre a coprire le spese logistiche e legali, sarebbe stato utilizzato per sostenere economicamente i sodali detenuti, fino a finanziare operazioni spericolate come il lancio di telefonini e droga nelle carceri, tramite l’uso di droni.

Uno degli episodi più significativi è avvenuto nei pressi della Casa Circondariale di Messina, dove un drone, carico di tre telefoni cellulari, cento grammi di hashish e venti grammi di cocaina, è stato intercettato e abbattuto dalla Polizia Penitenziaria prima che riuscisse a recapitare il materiale a un detenuto del sodalizio. Non si è trattato di un caso isolato, ma di una tecnica consolidata, che evidenzia il livello di sofisticazione del gruppo.

Conversazioni criptate, “pizzini” in videochiamata e SIM intestate a prestanome

La strategia per eludere le intercettazioni è stata altrettanto articolata. Gli indagati preferivano incontri diretti, spesso in un bar gestito da uno di loro, e utilizzavano videochiamate per mostrare “pizzini” con le informazioni sulle quantità e le qualità della droga. A questo si aggiungeva l’uso massiccio di SIM card intestate fittiziamente a cittadini extracomunitari e l’impiego di numeri secondari su cui venivano deviate le conversazioni più delicate.

Attraverso i telefoni sequestrati nel corso delle indagini, i Carabinieri hanno acquisito immagini inequivocabili: montagne di hashish, mazzette di denaro contante e persino una pistola smontata, accompagnata da messaggi relativi alle modifiche tecniche da apportare all’arma.

Dalla Lombardia a Gela: l’asse dello stupefacente

Le sostanze venivano trasportate utilizzando veicoli noleggiati, intestati a soggetti terzi e cambiati frequentemente per sfuggire al monitoraggio degli inquirenti. Il carico, una volta giunto a Gela, veniva suddiviso e smistato verso le piazze di spaccio della provincia di Caltanissetta, con un occhio di riguardo per quella della stessa città nissena. Sono ben 32 gli episodi di cessione o detenzione illecita di sostanze stupefacenti contestati nella fase cautelare, alcuni dei quali riguardano quantitativi ingenti.

Il gruppo mostrava un’autonomia operativa nella gestione del narcotraffico, pur mantenendo solidi rapporti con le famiglie mafiose tradizionali, come i Rinzivillo e il sodalizio di Campofranco – quest’ultimo già colpito, sempre a maggio 2024, da un’operazione che aveva portato all’arresto di nove persone accusate di associazione mafiosa, estorsione e spaccio.

La figura dell’ex avvocato e i rapporti con la criminalità del Nord

Tra i protagonisti dell’inchiesta figura anche un ex avvocato, già iscritto al Foro di Gela, sospeso dalla professione a seguito di una condanna per concorso esterno in associazione mafiosa. Secondo le intercettazioni, l’uomo avrebbe intrattenuto rapporti stabili con un cittadino albanese, pluripregiudicato residente nell’hinterland milanese, per l’acquisto di grossi quantitativi di stupefacente. Un’alleanza strategica, che permetteva al gruppo di garantirsi un canale di approvvigionamento costante e strutturato.

Armi, munizioni e sequestri: il volto armato dell’organizzazione

Nel corso delle indagini – che hanno visto anche momenti di intervento operativo – i Carabinieri hanno sequestrato oltre un chilo e duecentocinquanta grammi di hashish, 121 grammi di cocaina e una pistola Beretta calibro 22 con matricola abrasa, completa di caricatore con 49 cartucce. Sono stati trovati anche bossoli, inneschi e materiale per il confezionamento di cartucce da caccia.

Due persone sono state arrestate in flagranza, otto sono state denunciate a piede libero, mentre per uno dei destinatari dell’ordinanza cautelare è attualmente in corso una ricerca attiva.

Le misure cautelari: 13 in carcere, 2 ai domiciliari

Il Giudice per le Indagini Preliminari ha accolto la richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia, disponendo per tredici indagati la custodia cautelare in carcere, mentre per altri due è stato applicato il regime degli arresti domiciliari con braccialetto elettronico.

Tre dei destinatari delle ordinanze si trovavano già in stato di detenzione presso gli istituti penitenziari di Agrigento, Messina e Ancona. Le indagini hanno accertato che, nonostante la carcerazione, essi avrebbero mantenuto contatti diretti con il sodalizio criminale, attraverso l’uso illecito di telefoni cellulari.

Conclusione

L’inchiesta “The Wall” getta una luce spietata su un’organizzazione che non solo ha saputo gestire un traffico internazionale di droga con metodi moderni e tecnologici, ma ha anche consolidato i legami con cosa nostra, rendendosi parte attiva di un sistema criminale tutt’altro che marginale. Il quadro delineato dalla Procura Distrettuale Antimafia di Caltanissetta è quello di un gruppo dotato di una struttura efficiente, di risorse economiche cospicue e di una strategia capillare per evitare i controlli delle forze dell’ordine.

L’operazione conferma come Gela resti un territorio delicato, in cui la criminalità organizzata continua a reinventarsi, puntando su nuovi strumenti ma mantenendo una costante: il legame, saldo e profondo, con le cosche storiche del territorio.

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