4 Ottobre 2026, domenica
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Gaza, la battaglia nel cuore della città: oltre cento vittime sotto le bombe israeliane

Offensiva terrestre dell’IDF a Gaza City: "Controlliamo il 40% della città". L’ONU denuncia: "È genocidio". Tensioni internazionali e proteste contro Netanyahu a Gerusalemme. Erdogan lo paragona a Hitler. Trump parla di scudi umani. Cresce la pressione sull’Egitto per evitare una nuova Nakba.

GERUSALEMME – L’operazione militare israeliana nel centro di Gaza City segna una nuova, drammatica escalation nel conflitto in corso tra Israele e Hamas. Nelle ultime ventiquattro ore, l’esercito israeliano ha intensificato l’offensiva terrestre nella parte centrale della città, affermando di aver conquistato circa il 40% del territorio urbano. Il bilancio umano è pesantissimo: secondo quanto riportato da Al Jazeera, almeno 106 persone sono morte nei bombardamenti, 91 delle quali nella sola Gaza City.

L’azione sul terreno è stata accompagnata da un imponente attacco aereo. L’IDF, le Forze di Difesa Israeliane, ha reso noto che nella notte sono stati colpiti circa 50 obiettivi nella Striscia di Gaza. Tra questi, riferisce lo stesso esercito, figurano tunnel sotterranei, edifici utilizzati da gruppi armati, cellule di combattenti e varie infrastrutture militari. Gli scontri più intensi si registrano proprio nella città di Gaza, definita dal portavoce in lingua araba dell’IDF “una pericolosa area di combattimento”.

Nel cuore dell’offensiva, l’esercito israeliano ha fatto esplodere diversi mezzi blindati telecomandati, provocando il crollo di numerosi edifici. La portata della distruzione è tale da richiamare l’attenzione di organismi internazionali e leader mondiali. L’Organizzazione delle Nazioni Unite ha alzato il tono, definendo quanto accade nella Striscia “genocidio”, una parola che grava con un peso preciso sul dibattito diplomatico globale.

Netanyahu: “Chi ci condanna è ipocrita”

Sotto una crescente pressione interna e internazionale, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu respinge con fermezza ogni accusa. “Chi ci condanna è ipocrita”, ha dichiarato, sottolineando che l’obiettivo di Israele resta la distruzione di Hamas, accusato di utilizzare la popolazione civile come scudo umano. Un’accusa rilanciata anche dall’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump, secondo cui il movimento islamista avrebbe trasferito gli ostaggi in abitazioni e tende, sfruttandoli come copertura per sfuggire ai bombardamenti: “Un’atrocità”, ha definito la strategia.

Ma le parole di Netanyahu non bastano a placare l’indignazione popolare. Migliaia di manifestanti si sono radunati nelle ultime ore davanti alla sua residenza ufficiale a Gerusalemme per chiedere un cessate il fuoco e criticare la gestione del conflitto. È l’ennesima manifestazione di un malcontento che, a oltre undici mesi dall’inizio delle operazioni militari, continua a crescere.

Erdogan attacca: “Netanyahu come Hitler”

A far esplodere ulteriormente le tensioni è stata l’ultima dichiarazione del presidente turco Recep Tayyip Erdogan, che ha paragonato Netanyahu ad Adolf Hitler: “È un suo parente ideologico e farà la stessa fine”, ha detto. Un attacco verbale durissimo, che rischia di compromettere ulteriormente i già fragili equilibri diplomatici tra Ankara e Tel Aviv. Il ministro degli Esteri israeliano Israel Katz ha risposto secco: “Gaza sta bruciando, e noi andremo avanti fino alla sconfitta totale di Hamas”.

Raid sull’ospedale pediatrico: nessuna vittima, ma pazienti in fuga

Nel susseguirsi degli attacchi, il ministero della Sanità di Gaza – sotto il controllo di Hamas – ha denunciato il bombardamento dell’ospedale pediatrico al-Rantisi. Secondo la ricostruzione fornita ad Al Jazeera, la struttura è stata colpita tre volte in rapida successione. Fortunatamente non si registrano vittime dirette, ma la situazione ha generato panico tra pazienti e personale sanitario: almeno quaranta bambini sono fuggiti, mentre un numero simile è rimasto all’interno dell’ospedale insieme ad alcuni medici e infermieri. Il ministero ha lanciato un appello urgente alla comunità internazionale, chiedendo la protezione immediata delle strutture sanitarie e del personale medico operante nella Striscia.

L’Egitto alza la voce: “No a una nuova Nakba”

Sul fronte diplomatico, prende posizione con fermezza l’Egitto. In un’intervista al quotidiano nazionale “Al Ahram”, il ministro degli Esteri Badr Abdelatty ha dichiarato che il Cairo è “fermamente contrario a qualsiasi forma di spostamento forzato del popolo palestinese” e ha ammonito: “Non tollereremo una seconda Nakba”. Con il termine arabo si fa riferimento all’esodo forzato di circa 700.000 palestinesi tra il 1947 e il 1948, durante la guerra arabo-israeliana. Una tragedia che ha segnato la storia della regione e che oggi l’Egitto teme possa ripetersi.

“Il concetto stesso di sfollamento è moralmente ed eticamente corrotto, per non parlare del fatto che è palesemente illegale. I palestinesi non dovrebbero mai essere costretti a lasciare la loro patria”, ha aggiunto Abdelatty, lasciando intendere che l’Egitto non è disposto ad accettare nuovi flussi di profughi provenienti da Gaza. Una posizione netta che evidenzia l’equilibrio delicato in cui si muove la politica regionale.

L’invito di Trump e il silenzio di Washington

Nel mezzo di queste tensioni, Netanyahu ha reso noto di aver ricevuto un invito da parte di Donald Trump per recarsi alla Casa Bianca, un gesto che segnala un tentativo dell’ex presidente statunitense di inserirsi nuovamente nel dibattito geopolitico mediorientale. L’attuale amministrazione Biden, invece, appare per il momento cauta, evitando prese di posizione pubbliche troppo nette rispetto alle ultime evoluzioni.

Conclusione

Il conflitto tra Israele e Hamas entra dunque in una fase ancor più intensa e pericolosa, con Gaza City trasformata in campo di battaglia e un numero crescente di vittime civili. Le parole pesanti, le accuse incrociate e le dichiarazioni di fuoco da parte dei leader mondiali disegnano uno scenario sempre più polarizzato e difficile da gestire diplomaticamente. In questa cornice, le proteste in Israele, le denunce dell’ONU e l’irrigidimento di paesi chiave come l’Egitto sono segnali inequivocabili di un’escalation che rischia di sfuggire al controllo.

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