L’avvertimento è arrivato con toni inequivocabili: l’esercito israeliano (Idf) ha invitato la popolazione di Gaza City a spostarsi verso sud, in aree indicate come “più sicure”, in vista di una nuova fase dell’offensiva. L’ordine è stato diffuso all’alba attraverso volantini, messaggi e canali ufficiali, preannunciando un’operazione di ampia portata nella parte settentrionale della Striscia.
Mentre la macchina militare israeliana si prepara ad avanzare, fonti palestinesi riferiscono che nei raid delle prime ore del mattino almeno dieci persone sarebbero rimaste uccise. Si tratterebbe di uno dei bilanci parziali più gravi delle ultime settimane, segno di una tensione destinata ad aumentare ulteriormente.
In parallelo, Hamas ha diffuso un nuovo video su Telegram in cui compaiono due ostaggi: Guy Gilboa Dalal e un altro rapito non identificato. Le immagini, diffuse con tempistica calcolata, hanno l’obiettivo di aumentare la pressione sul governo israeliano e ostacolare l’annunciata occupazione di Gaza City.
Sul fronte diplomatico, la voce più dura arriva da Washington. Donald Trump, tornato a pronunciarsi sulla crisi, ha avvertito il movimento islamista: “Se Hamas non libera tutti gli ostaggi, per loro sarà brutta”. L’ex presidente ha lasciato intendere che i negoziati sarebbero in una “fase molto avanzata”, sottolineando al tempo stesso che “la decisione finale spetta a Israele”.
Il linguaggio usato dai vertici politici e militari israeliani lascia presagire una fase di guerra più aspra. Il ministro della Difesa, Israel Katz, ha dichiarato che “il catenaccio sta per essere rimosso dalle porte dell’inferno a Gaza” e che “una volta aperta quella porta, non verrà più chiusa”. Parole che confermano l’intenzione di Tel Aviv di colpire duramente, dopo aver avvisato i residenti di un grande edificio a più piani di prepararsi a un imminente attacco.
La dinamica di queste ore segna un nuovo punto di non ritorno: da una parte l’Idf che chiede evacuazioni immediate, dall’altra Hamas che gioca la carta degli ostaggi per rallentare o condizionare l’operazione. Sullo sfondo, la popolazione civile, costretta ancora una volta a spostarsi in massa, in un territorio già martoriato da mesi di bombardamenti e privazioni.
Il quadro che si delinea è quello di una escalation ormai inevitabile, con la guerra che sembra entrare in una fase ancor più violenta e incerta, tra pressioni internazionali, diplomazia in affanno e il dramma quotidiano della Striscia.
