Un patto energetico colossale, tanto nei numeri quanto nelle implicazioni geopolitiche. Russia e Cina hanno formalizzato un maxi-accordo per la fornitura annuale di 106 miliardi di metri cubi di gas, rafforzando in modo strutturale un’alleanza strategica che si consolida sull’asse Mosca-Pechino. L’annuncio arriva direttamente dal ministro dell’Energia russo, Sergey Tsivilyov, intervenuto durante l’Eastern Economic Forum a Vladivostok, mentre si tirano le somme della missione di quattro giorni del presidente Vladimir Putin in Cina.
“Abbiamo firmato accordi per un volume totale di 106 miliardi di metri cubi di gas all’anno alla Cina. Questa è un’enorme alternativa alle nostre forniture all’Europa, rifiutate dai partner europei”, ha dichiarato Tsivilyov ai microfoni dell’emittente Rossiya-24, sottolineando con una punta di rivalsa il riposizionamento energetico della Russia dopo l’isolamento seguito all’invasione dell’Ucraina.
Il gas russo prende la strada dell’Est
La cifra è imponente, se si considera che i flussi complessivi verso l’Europa, prima della guerra, si aggiravano attorno ai 150-160 miliardi di metri cubi annui. La perdita di quel mercato, dovuta alle sanzioni, alla chiusura di gasdotti e alla ridefinizione delle politiche energetiche europee, ha spinto il Cremlino ad accelerare il pivot asiatico già avviato da oltre un decennio. Ora, però, il cambio di rotta diventa strutturale.
Il gas promesso a Pechino non sarà immediatamente disponibile: parte di esso dipende dallo sviluppo di nuove infrastrutture, in particolare dal controverso gasdotto Power of Siberia 2, pensato per convogliare grandi volumi di gas dai giacimenti della Siberia Occidentale verso la Cina, passando per la Mongolia. A pieno regime, questo solo progetto dovrebbe assicurare circa 50 miliardi di metri cubi all’anno, andando ad affiancare l’attuale Power of Siberia 1, operativo dal 2019, che ha già segnato un precedente nella cooperazione energetica tra i due Paesi.
L’obiettivo russo è chiaro: compensare le perdite nel mercato europeo con una nuova centralità in Asia. Ma il gioco è anche politico. Saldare i legami con Pechino significa per Mosca rafforzare la propria resilienza in un contesto di isolamento occidentale, e mostrare al mondo che le sanzioni non hanno interrotto la sua capacità di attrarre partnership strategiche.
Anche il petrolio cambia direzione
Non solo gas. Il ministro Tsivilyov ha annunciato anche un accordo tra Rosneft, gigante petrolifero russo, e alcune controparti cinesi per una fornitura aggiuntiva di 2,5 milioni di tonnellate di greggio. Il flusso seguirà un percorso particolare: attraverserà il Kazakistan, sfruttando le infrastrutture dell’oleodotto Atasu-Alashankou, che collega i due Paesi e rappresenta già una dorsale dell’energia centroasiatica.
La scelta di un transito attraverso il Kazakistan risponde a esigenze sia logistiche che politiche: consente di diversificare i canali di esportazione e di rafforzare il ruolo del Kazakistan come ponte energetico eurasiatico. Per la Cina, invece, significa garantire flussi di greggio più stabili e resistenti a eventuali turbolenze geopolitiche.
Le implicazioni per Mosca
Per la Russia, questi accordi rappresentano molto più di un’intesa commerciale. Sono la dimostrazione tangibile che, nonostante l’isolamento occidentale e le difficoltà sul fronte militare e sanzionatorio, il Paese conserva un peso specifico rilevante nell’arena energetica globale.
Il messaggio che il Cremlino vuole far passare è chiaro: l’energia russa ha ancora molti acquirenti, e il suo gas può trovare nuove rotte e nuovi sbocchi. Ma la realtà è più articolata. Se da un lato Mosca cerca di ridurre la dipendenza dal mercato europeo, dall’altro rischia di sostituirla con una nuova forma di dipendenza strategica da Pechino.
Le trattative con la Cina si svolgono infatti in un contesto di asimmetria crescente: la Russia ha urgenza di vendere, la Cina ha molte opzioni per comprare. E questo squilibrio potrebbe riflettersi nei termini economici degli accordi, difficilmente accessibili nei dettagli, ma verosimilmente più favorevoli per Pechino.
Pechino rafforza la sua sicurezza energetica
Dal punto di vista cinese, l’intesa è coerente con la strategia di lungo periodo volta a diversificare le fonti e le rotte di approvvigionamento energetico. Garantirsi forniture stabili di gas naturale e petrolio, soprattutto da un partner “affidabile” come la Russia – ovvero disposto a fare concessioni pur di mantenere il mercato – è una priorità per un Paese che resta il primo importatore mondiale di energia.
La crisi in Medio Oriente, le tensioni nel Mar Cinese Meridionale e la crescente instabilità globale rendono ancora più urgente per Pechino costruire una rete energetica alternativa e ridondante. La Russia, in questo schema, è un tassello ideale: geograficamente vicina, ricca di risorse, e sempre più bisognosa di vendere.
Una svolta geopolitica più che energetica
Gli accordi firmati nel corso della missione di Putin in Cina non sono solo cifre e infrastrutture. Sono un atto politico deliberato. Mentre l’Europa accelera la propria transizione energetica e riduce la dipendenza dal gas russo, la Russia sigla accordi di lungo periodo che rafforzano un’alleanza sempre più salda con la Cina.
L’energia diventa così uno strumento di ridefinizione degli equilibri globali. Una nuova Via della Seta, non fatta di treni e container, ma di molecole di gas e barili di greggio. Un asse orientale che sfida l’ordine energetico tradizionale e disegna uno scenario in cui le linee di frattura non sono solo politiche o militari, ma anche infrastrutturali.
L’Europa osserva, consapevole del cambio di paradigma
Dall’altra parte del continente, le cancellerie europee osservano con attenzione, se non con preoccupazione. Gli accordi tra Mosca e Pechino confermano che la strategia europea di sganciamento energetico dalla Russia ha avuto successo in termini immediati, ma potrebbe lasciare spazio a nuovi equilibri strategici sfavorevoli sul piano globale.
Nel medio-lungo periodo, la formazione di un asse energetico tra Cina e Russia potrebbe rafforzare la capacità dei due Paesi di dettare condizioni e influenzare i mercati, soprattutto in un mondo ancora largamente dipendente da combustibili fossili. E la partita potrebbe presto allargarsi ad altri attori, come l’India, i Paesi del Golfo e l’Asia Centrale.
In conclusione, più che un semplice accordo commerciale, quello firmato da Russia e Cina è un nuovo capitolo della competizione globale per il controllo delle risorse, delle rotte e delle alleanze. Mentre il gas cambia direzione, anche la geopolitica cambia forma. E l’Occidente dovrà presto fare i conti con un nuovo mondo energetico, costruito a Est.
