A cura di Daniele Cappa
Nel piccolo borgo di Allegrezze, una frazione arroccata tra i monti dell’entroterra ligure, nacque nel 1920 Albino Badinelli. Settimo di undici figli, crebbe in una famiglia modesta, abituata al lavoro nei campi, alla preghiera condivisa e a una religiosità profonda e concreta. I ritmi della terra e del campanile scandivano i giorni della sua infanzia, trascorsa tra la semplicità della vita montanara e l’impegno generoso nella parrocchia del paese.
Non era destinato a una carriera eclatante, eppure la sua indole mite e riflessiva, la dedizione al dovere e una fede mai ostentata ma profondamente vissuta lo portarono a intraprendere la via dell’Arma dei Carabinieri. In divisa, servì in diverse regioni d’Italia e nei territori occupati durante la guerra. Quando l’Italia si spezzò con l’armistizio dell’8 settembre 1943, Albino non ebbe dubbi: rifiutò di aderire alla Repubblica Sociale Italiana e, lasciate le armi, tornò in clandestinità nella sua terra natale.
Ma i rastrellamenti non tardarono ad arrivare. Nella torrida estate del 1944, le truppe fasciste e naziste cercavano disertori, partigiani, sospetti. Le rappresaglie erano feroci, indiscriminate. Bastava poco per incendiare un villaggio, per fucilare ostaggi, per lasciare dietro di sé una scia di sangue. E fu così che, nel mirino delle milizie repubblichine, finì proprio il piccolo paese di Albino.
I soldati lo cercavano. Volevano un esempio, una punizione. Se non si fosse consegnato, venti ostaggi sarebbero stati fucilati e Allegrezze ridotta in cenere.
La notizia giunse fino a lui. Avrebbe potuto nascondersi ancora, trovare rifugio nei boschi, sparire tra le montagne che conosceva come le sue tasche. Ma fece un’altra scelta. Una scelta che oggi appare quasi incredibile, eppure profondamente umana: decise di consegnarsi.
Lo fece senza clamore, senza proclami. Salutò i suoi, lasciò parole di conforto e si incamminò verso il comando fascista. La sua presenza evitò l’eccidio, salvò venti vite, risparmiò il suo paese da una rappresaglia certa.
Condannato a morte come disertore, fu rinchiuso in una cella. Chiese solo una cosa: poter ricevere i sacramenti. In un primo momento, il permesso gli fu negato. Ma un sacerdote, rischiando di persona, riuscì a raggiungerlo. Lo confessò, gli diede la comunione e un piccolo crocifisso da tenere con sé. Quel crocifisso Albino lo strinse fino all’ultimo.
Il 2 settembre 1944, davanti al muro del cimitero di Santo Stefano d’Aveto, con il viso rivolto al cielo e il crocifisso tra le mani, Albino Badinelli sussurrò: «Perdonali, Padre, perché non sanno quello che fanno». Furono le sue ultime parole. Tre colpi di fucile misero fine alla sua vita.
Aveva ventiquattro anni.
La sua morte non passò inosservata. I suoi compaesani recuperarono il corpo, lo vegliarono in silenzio e lo seppellirono con onore. Da allora, il suo nome è pronunciato con rispetto e commozione. Le vie del paese, la caserma dei Carabinieri, una scuola portano il suo nome. Ma più ancora, lo porta il cuore di chi conosce la sua storia.
Albino non impugnò un’arma. Non salì in montagna con i partigiani. Non fece proclami. Ma compì un gesto che vale quanto mille azioni armate: offrì sé stesso, senza odio e senza vendetta. Morì per salvare altri. E morì perdonando.
Oggi, la sua figura è diventata simbolo di umanità, di pace, di una giustizia che non ha bisogno di sangue, ma di coscienza. Un eroe silenzioso, un giovane qualunque che nel momento più terribile scelse la via più difficile: quella del coraggio e dell’amore per gli altri.
La sua è una storia da ricordare. E da raccontare. Non perché sia eccezionale, ma perché è vera. E perché ci ricorda che anche nel buio più profondo, la luce di un’anima giusta può indicare la strada.
