16 Agosto 2026, domenica
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Yemen, gli Houthi giurano vendetta per l’uccisione del loro premier: “Israele pagherà il prezzo”

Dopo la morte del capo del governo e di altri alti funzionari in un raid israeliano, il leader politico del movimento Houthi lancia un duro avvertimento: "Le aziende straniere lascino Israele prima che sia troppo tardi"

SANʿA – Il movimento Houthi promette vendetta. Dopo la morte del loro primo ministro, Abdulaziz bin Habtoor, e di altri alti dirigenti del gruppo a seguito di un attacco israeliano condotto nei giorni scorsi, i ribelli yemeniti – che controllano buona parte del nord dello Yemen – hanno annunciato pubblicamente la loro intenzione di rispondere con forza.

A parlare, in un videomessaggio diffuso tramite il canale Telegram ufficiale del gruppo, è stato Mehdi al-Mashat, presidente del Consiglio Politico Supremo, l’organo di vertice dell’amministrazione de facto creata dagli Houthi nei territori sotto il loro controllo. Il messaggio è netto e senza spazio per interpretazioni: “Promettiamo a Dio, al popolo yemenita e alle famiglie dei martiri e dei feriti che ci vendicheremo”, ha dichiarato al-Mashat, aprendo ufficialmente una nuova fase della già instabile dinamica regionale.

L’attacco, attribuito a Israele, ha colpito figure di primo piano dell’apparato politico e militare Houthi, suscitando un’ondata di condanna nei territori controllati dal gruppo sciita, alleato dell’Iran. Sebbene le autorità israeliane non abbiano rilasciato commenti ufficiali sull’operazione, fonti regionali indicano che l’offensiva rientrerebbe nella strategia di contrasto all’asse militare anti-israeliano che include, oltre agli Houthi, anche Hezbollah in Libano e milizie filo-iraniane in Siria e Iraq.

Nel suo messaggio, al-Mashat ha anche rivolto un avvertimento diretto alle aziende internazionali che operano in Israele: “Consigliamo a tutte le compagnie straniere di lasciare Israele prima che sia troppo tardi”. Un’esortazione che riecheggia precedenti minacce rivolte dal movimento Houthi nel contesto delle tensioni regionali scatenate dal conflitto tra Israele e Hamas nella Striscia di Gaza.

Il gruppo yemenita, sostenuto militarmente e politicamente da Teheran, è protagonista da mesi di una campagna di attacchi contro il traffico marittimo nel Mar Rosso, sostenendo che tali azioni siano una forma di pressione per costringere Israele a porre fine alle operazioni a Gaza. L’ultima escalation, tuttavia, segna un salto di qualità: la perdita del capo del governo rappresenta per il movimento un colpo simbolico e strategico, che potrebbe spingere gli Houthi a intensificare ulteriormente le azioni ostili nel Mar Rosso o ad aprire nuovi fronti.

Il messaggio di al-Mashat ha un tono marcatamente religioso e nazionale, volto a rafforzare il consenso interno e a motivare la base militante del movimento. Ma la minaccia rivolta a Israele e alle sue infrastrutture economiche guarda ben oltre i confini yemeniti: è indirizzata anche alla comunità internazionale, che finora ha reagito con crescente preoccupazione agli attacchi houthi alle navi commerciali, tanto da spingere gli Stati Uniti e alcuni Paesi europei a rafforzare la loro presenza militare nella regione.

Il rischio ora è che l’instabilità in Yemen, già teatro di una guerra civile devastante da oltre un decennio, si trasformi in un nuovo fronte aperto del conflitto mediorientale. La morte di bin Habtoor – figura politica di lungo corso, con un passato anche nei governi yemeniti pre-guerra – può infatti fornire al movimento un nuovo pretesto per alzare il livello dello scontro, sia a livello simbolico sia operativo.

In attesa di ulteriori sviluppi, la comunità internazionale guarda con apprensione a quanto accade tra le coste dello Yemen e le rotte navali vitali per l’economia globale. Gli Houthi, dal canto loro, sembrano intenzionati a sfruttare l’emozione collettiva suscitata dal raid per rafforzare la loro narrativa anti-occidentale e per riaffermare il proprio ruolo come attore centrale dello schieramento filo-iraniano nella regione.

L’uccisione di un premier in un attacco militare non è mai un fatto ordinario. Ma in questo caso rischia di diventare il detonatore di una nuova fase del conflitto che, da Gaza al Mar Rosso, attraversa già molti dei punti più sensibili dell’equilibrio geopolitico globale.

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