In Israele, dove ogni giorno viene ribadito con orgoglio che la democrazia è solida, vibrante e naturalmente la migliore della regione, la libertà di manifestare potrebbe presto essere sottoposta a un comodo giro di vite. Il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir – uno che della tolleranza ha fatto una crociata, ma al contrario – ha chiesto al procuratore generale Gali Baharav-Miara l’autorizzazione a introdurre un documento programmatico che, detto in parole semplici, trasformerebbe la protesta pubblica in un reato se si svolge nei posti sbagliati. Cioè praticamente ovunque possa dare fastidio.
Il piano è chiaro: vietare le proteste che, da mesi, bloccano strade, autostrade, snodi cruciali, accessi a ospedali, città isolate e – orrore supremo – l’aeroporto Ben-Gurion. In particolare, quelle organizzate da cittadini e parenti degli ostaggi detenuti da Hamas, che da tempo manifestano per chiedere una politica più efficace (o semplicemente presente) da parte del governo israeliano per riportare a casa i loro cari. Un esercizio di cittadinanza attiva che, nella narrativa ufficiale, rischia ora di trasformarsi in disturbo all’ordine pubblico.
Ben Gvir, con il suo consueto aplomb democratico, sembra aver deciso che la libertà di espressione va bene, ma solo se non intralcia il traffico. Del resto, una protesta che non disturba nessuno è perfettamente inutile, e forse è proprio questo l’obiettivo. Il suo documento, ancora in attesa del benestare della procuratrice generale, stabilirebbe che tutte le manifestazioni urbane dovranno ottenere un’autorizzazione preventiva dalla polizia. Una misura in perfetto stile democratico: libertà sì, ma con il permesso.
Naturalmente, la proposta non arriva dal nulla. Ben Gvir, leader del partito di estrema destra Otzma Yehudit, ha da sempre un rapporto complicato con il concetto stesso di dissenso. Per lui, manifestare è tollerabile finché si fa in silenzio, possibilmente in salotto, magari con le finestre chiuse per non disturbare i vicini. Ma quando la protesta diventa visibile, rumorosa, o peggio ancora efficace, allora è il momento di tirare fuori l’artiglieria legislativa.
Il diritto alla protesta, in Israele, è formalmente sancito. Ma nei fatti, negli ultimi anni, è diventato terreno di scontro costante. Prima con le manifestazioni contro la controversa riforma giudiziaria voluta dal governo Netanyahu, ora con quelle per la liberazione degli ostaggi. In entrambi i casi, la reazione dell’esecutivo è stata identica: più controllo, meno spontaneità, più polizia. In altre parole, meno democrazia.
E qui sta il cuore della questione. Israele si autodefinisce, con orgoglio, “unica democrazia del Medio Oriente” – un titolo a cui non rinuncia mai, neanche quando prende misure che nelle democrazie mature farebbero alzare più di un sopracciglio. Proibire le proteste pubbliche in nome dell’ordine pubblico è un’operazione che, da queste parti, può ancora contare su un certo consenso. Soprattutto se chi protesta è percepito come “fuori linea” rispetto al racconto ufficiale.
La palla ora passa a Gali Baharav-Miara, procuratrice generale dello Stato, chiamata a decidere se questo “documento programmatico” possa passare o se invece rischia di scivolare troppo pericolosamente verso derive autoritarie. Una decisione che non sarà solo tecnica, ma altamente politica.
Nel frattempo, i manifestanti non sembrano intenzionati a fermarsi. Le famiglie degli ostaggi, che da mesi marciano, bloccano, gridano, e chiedono risposte, sono già consapevoli che ogni giorno di silenzio governativo è un giorno in più di prigionia per i loro cari. E se la legge dovesse impedire loro di protestare, non è difficile immaginare che continueranno comunque. Perché la libertà, anche quella di intralciare il traffico, a volte vale più di qualsiasi autorizzazione.
Del resto, ogni democrazia ha i suoi simboli. C’è chi ha la Costituzione, chi ha il Parlamento, e chi ha le barricate della polizia in autostrada. Israele, nel frattempo, continua a raccontarsi come un faro di pluralismo, mentre prova a spegnere le luci sulle voci scomode. Con discrezione, certo. E sempre nel rispetto delle migliori tradizioni democratiche. Quelle che, a forza di essere difese, non si distinguono più da ciò che vogliono combattere.
