MOSCA — Nessuna apertura, nessuna concessione. Serghei Lavrov, ministro degli Esteri della Federazione Russa, rilancia la linea dura del Cremlino e lo fa con due messaggi indirizzati chiaramente all’Occidente e all’Ucraina. Il primo: la presenza di truppe straniere in territorio ucraino, anche a fini di garanzia o dissuasione, sarebbe considerata da Mosca “assolutamente inaccettabile”. Il secondo: ogni futuro accordo di pace dovrà risolvere, prima ancora del contenuto, il “problema della legittimità” di chi lo firmerà in nome dell’Ucraina, con un chiaro riferimento al presidente Volodymyr Zelensky.
Le dichiarazioni sono state riportate dall’agenzia Interfax e arrivano in un momento in cui l’ipotesi di una soluzione negoziata del conflitto resta sullo sfondo, mentre sul terreno si continua a combattere. La Russia ribadisce così non solo la propria opposizione a qualsiasi forma di supporto militare diretto da parte di Stati terzi a Kiev, ma mette anche in discussione la validità costituzionale del governo ucraino stesso, esprimendo dubbi sulla legittimità del capo dello Stato.
Nessuna truppa straniera, nemmeno come garanzia
“Fornire garanzie di sicurezza all’Ucraina con un intervento militare straniero è assolutamente inaccettabile”, ha dichiarato Lavrov. Le parole del capo della diplomazia russa sono un chiaro avvertimento alla NATO e ai partner occidentali che, negli ultimi mesi, hanno discusso in più occasioni l’eventualità di dispiegare personale militare con funzioni non combattenti in Ucraina, per esempio per addestramento o logistica.
Lo scenario evocato, benché finora solo teorico, è emerso tra le ipotesi ventilate da alcuni leader occidentali, in particolare nei contesti multilaterali come il G7 e il vertice NATO, come possibile deterrente contro l’espansione delle ostilità. Mosca, dal canto suo, vede qualunque presenza militare straniera sul suolo ucraino — anche simbolica — come una linea rossa.
Il nodo della legittimità del presidente ucraino
Oltre al rifiuto di ogni garanzia militare esterna, Lavrov ha sollevato una questione ancora più spinosa e potenzialmente destabilizzante: quella della legittimità politica dell’attuale leadership di Kiev. “Quando e se — si spera — verrà firmato un accordo di pace tra Russia e Ucraina, dovrà essere risolto il problema della legittimità della persona che firmerà questi accordi”, ha affermato il ministro, riferendosi a Zelensky senza nominarlo esplicitamente.
La posizione di Mosca si aggancia a un dibattito già in corso in alcuni ambienti giuridici e diplomatici: il mandato presidenziale di Volodymyr Zelensky, eletto nel 2019, è formalmente scaduto a maggio 2024. Tuttavia, in virtù della legge marziale in vigore nel Paese a causa della guerra, le elezioni presidenziali sono state sospese, come previsto dalla Costituzione ucraina in caso di conflitto attivo.
Per il governo di Kiev — e per i suoi alleati — la continuità istituzionale non è in discussione. Zelensky resta presidente fino a nuove elezioni, che potranno essere convocate solo una volta cessata la legge marziale. Ma la Russia, che non riconosce più il governo ucraino come interlocutore legittimo, punta proprio su questo aspetto per delegittimare eventuali trattative future. In pratica, Lavrov afferma che Mosca non intende negoziare con un presidente che, a suo giudizio, avrebbe perso il proprio mandato legale.
La strategia del discredito e la guerra dell’informazione
Le affermazioni del ministro degli Esteri si inseriscono in una strategia comunicativa ben collaudata da parte del Cremlino, che mira a indebolire l’immagine di Kiev sia sul piano interno che internazionale. Mettere in discussione la legalità della presidenza Zelensky serve a screditare le istituzioni ucraine agli occhi dei partner occidentali e a presentare la Russia come parte “razionale” del conflitto, disponibile al negoziato ma solo con un interlocutore “legittimo”.
Tale strategia si affianca alla costante retorica anti-NATO, che accusa l’Alleanza Atlantica di alimentare la guerra con la fornitura di armi, intelligence e supporto logistico. L’ipotesi che alcune nazioni — soprattutto dell’Europa orientale — possano valutare l’invio di truppe sul territorio ucraino, anche in forma simbolica o tecnica, è vista a Mosca come una minaccia diretta alla propria sicurezza nazionale.
Uno stallo armato, con la diplomazia in secondo piano
Le parole di Lavrov arrivano mentre il conflitto continua senza significative variazioni di fronte. La Russia mantiene il controllo di una parte significativa del sud-est dell’Ucraina, mentre Kiev, sostenuta dall’Occidente, cerca di contenere l’avanzata e riconquistare territorio. Sul piano diplomatico, i tentativi di mediazione si sono finora rivelati sterili.
Il vertice di pace promosso dalla Svizzera a giugno scorso, al quale la Russia non ha partecipato, si è concluso con un documento generico che ha ribadito il sostegno alla sovranità territoriale ucraina ma non ha portato a sviluppi concreti. Mosca continua a rifiutare qualsiasi trattativa che non tenga conto dei “nuovi confini” di fatto creati dall’occupazione militare.
Un messaggio a più livelli
Dietro le dichiarazioni di Lavrov si legge dunque un duplice messaggio: da un lato, la Russia avverte che non accetterà alcun ruolo di mediazione armata da parte della comunità internazionale; dall’altro, punta a minare la credibilità del governo ucraino proprio in vista di eventuali trattative future. La pace, per Mosca, non può passare né attraverso garanzie militari occidentali né attraverso un presidente — Zelensky — la cui autorità viene ora apertamente contestata.
Per la comunità internazionale, le parole del ministro russo suonano come l’ennesima conferma che il cammino verso un cessate il fuoco è ancora lontano. Non solo per l’assenza di condizioni minime sul campo, ma anche per il crescente scontro politico e istituzionale su chi abbia il diritto — e la legittimità — di firmare quella pace.
