A cura di Silvia Cattaneo
ROMA – Il 16 agosto è uscito in esclusiva su Amazon il nuovo libro di Daniele Cappa, dal titolo “Cos’è la Vita? – Filosofia dell’esistenza quotidiana”. Un’opera che affronta la domanda più antica e radicale di sempre con uno sguardo nuovo, capace di intrecciare rigore filosofico e profondità narrativa.
L’autore accompagna il lettore attraverso 34 capitoli, ognuno dedicato a una diversa declinazione dell’esistenza – il tempo, il silenzio, il dono, la responsabilità – offrendo prospettive che dialogano con la grande tradizione del pensiero, dall’antica Grecia fino ai filosofi contemporanei. A dare ulteriore autorevolezza al volume, la prefazione del Prof. Giuseppe Catapano, Magnifico Rettore dell’AUGE Università, che definisce il testo un invito alla consapevolezza e alla formazione etica.
Abbiamo incontrato Daniele Cappa per una conversazione intensa e illuminante, dove la filosofia si fa parola viva, vicina all’esperienza di ognuno.
“Cos’è la Vita?”: una domanda antica come l’uomo. Perché oggi, secondo lei, è ancora urgente tornare a formularla?
Perché oggi la domanda è stata sepolta sotto un eccesso di risposte superficiali. Viviamo immersi in un tempo veloce, performativo, in cui ci si chiede cosa fare, come riuscire, come vincere. Ma non perché. La domanda “cos’è la vita?” non è un lusso intellettuale, è una necessità radicale. È la domanda che ci restituisce la verticalità in un mondo che ci vuole sempre orizzontali. Porla oggi significa resistere: contro il cinismo, contro l’assuefazione, contro l’oblio del senso.

Il suo libro è strutturato in 34 capitoli, ognuno dedicato a una possibile declinazione della vita: tempo, silenzio, relazione, dono, responsabilità… Come ha scelto queste “voci”?
Sono emerse. Non da un piano editoriale, ma dall’ascolto attento della vita stessa. Ogni capitolo è come un affaccio: ho provato a guardare la vita da angolature diverse, quasi fossero riflessi di un’unica sostanza. Il tempo, il corpo, il gioco, l’errore, la morte… non sono “temi”. Sono esperienze strutturanti. La vita non si lascia afferrare in un concetto unico, ma si offre come polifonia. Io non ho fatto altro che seguirne la musica.
Che ruolo ha avuto la filosofia nella scrittura di quest’opera?
Centrale, ma non accademico. Ho voluto scrivere una filosofia viva, dialogica, attraversata dalla storia del pensiero ma mai schiava della sua forma. In queste pagine convivono Eraclito e Levinas, Simone Weil e Spinoza, Hannah Arendt e Plotino. Ma non come statue di marmo: come compagni di cammino. La filosofia è un esercizio di sguardo: ci insegna a vedere ciò che ci è familiare come se fosse nuovo. E viceversa.
La prefazione è stata affidata al Prof. Giuseppe Catapano, Rettore dell’AUGE Università. Qual è stato il valore di questa collaborazione?
È stato un onore e una benedizione. Il Prof. Catapano lo conosco da più di quindici anni, ci lavoro insieme e tra noi c’è un’amicizia e una stima profonda. Ha colto l’anima del libro con una lucidità rara. La sua prefazione non è solo un’introduzione, è una vera apertura di senso. Lui ha intuito subito che questo testo non era soltanto un’opera filosofica, ma un invito alla consapevolezza, alla formazione umana, all’etica della presenza. La sua stima ha dato forza e legittimazione a questo progetto.
Si avverte nel suo stile una tensione letteraria, poetica, persino narrativa. Quanto è importante la forma nel comunicare contenuti così densi?
La forma è sostanza. Scrivere di filosofia non significa scrivere in modo astruso. Al contrario: se il pensiero è vivo, deve farsi carne nelle parole. Ho voluto uno stile capace di evocare, di incidere, di toccare. Anche l’intuizione più alta ha bisogno di una voce che sappia raggiungere il cuore. Ho cercato un linguaggio che fosse insieme raffinato e accessibile, profondo ma non oscuro. Perché la filosofia non è un gergo per pochi: è un atto d’amore per il pensiero condiviso.
A chi è destinato questo libro? Solo a un pubblico accademico?
Assolutamente no. È un libro colto, sì, ma non elitario. È pensato per chiunque abbia ancora il coraggio di interrogarsi. Per lo studente inquieto, per l’insegnante appassionato, per l’anima in crisi, per il curioso impenitente. È un libro per chi non vuole vivere in automatico. In fondo, ogni vita pensante è già una vita filosofica. Io ho solo cercato di offrire uno specchio, magari anche una lente.
Qual è il capitolo a cui è più legato, e perché?
Forse “La vita come responsabilità reciproca”. Perché è lì che il pensiero si fa etica, e l’etica si fa relazione. In un tempo che esalta l’io, parlare di reciprocità è un atto rivoluzionario. Ho cercato di mostrare come la vita non sia mai solo mia: è sempre anche dell’altro. La responsabilità non è un dovere morale, è un’appartenenza ontologica. E questo, oggi, è un pensiero urgente.
Se dovesse lasciare al lettore un’unica domanda aperta, quale sarebbe?
“Che cosa stai davvero vivendo?”
Non che cosa hai raggiunto, non che cosa stai facendo, ma che cosa stai vivendo davvero, con pienezza, con lucidità, con verità. Se anche una sola persona, leggendo questo libro, si fermasse un istante e ascoltasse quella domanda con onestà… allora tutto avrebbe già avuto senso.
Grazie
Grazie a Lei è stato un vero piacere.
