11 Luglio 2026, sabato
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Milano, dramma nella notte di Ferragosto: “L’ho ucciso, non ce la facevo più”

Una donna di 64 anni arrestata per aver ucciso il compagno malato. La confessione al 112: “Non riuscivo più a prendermi cura di lui”

MILANO – È una tragedia intrisa di solitudine e disperazione quella che si è consumata nella notte di Ferragosto in un appartamento al secondo piano di un edificio residenziale alla periferia di Milano. Una donna di 64 anni, Nunzia Antonia Mancini, ha ucciso il compagno di una vita, Vincenzo Ferrigno, 73 anni, colpendolo con un coltello mentre dormiva e poi soffocandolo con un cuscino. Subito dopo è scesa in strada, ha chiamato il 112 e si è costituita: “Venite, l’ho ucciso. Non ce la facevo più”.

Secondo quanto riportato da Il Giorno, la donna è stata immediatamente arrestata dagli agenti della Squadra Mobile, che l’hanno trovata ancora sconvolta all’ingresso del palazzo. Il corpo dell’uomo, ex edicolante, giaceva senza vita nel letto, nella casa che condividevano da oltre quarant’anni.

La tragedia di una coppia schiacciata dalla malattia

Ferrigno era gravemente malato. Negli ultimi anni aveva subito diversi ictus che lo avevano reso completamente dipendente dalla compagna, peggiorando progressivamente fino a rendere necessari continui interventi di assistenza. Una quotidianità dura, scandita da cure, difficoltà pratiche e isolamento, che – secondo le prime ricostruzioni – avrebbero finito per travolgere la donna.

Durante l’interrogatorio condotto dalla pm di turno Maria Cristina Ria, Mancini avrebbe detto in lacrime: “Non riuscivo più a prendermi cura di lui”. Una frase che non giustifica l’omicidio, ma racconta l’abisso di un’esistenza diventata insostenibile.

Un gesto estremo, premeditato?

La dinamica del delitto, almeno per ora, non lascia spazio a molte ambiguità. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, la donna avrebbe colpito il compagno mentre dormiva, infliggendogli diverse coltellate, e poi lo avrebbe soffocato con un cuscino per essere certa che morisse. Dopo l’omicidio, non ha tentato la fuga né messo in scena alcuna copertura. È uscita, ha preso il telefono e ha confessato.

Sarà ora la magistratura a valutare l’eventuale presenza di una premeditazione e, soprattutto, a inquadrare il contesto psicologico della donna, che potrebbe trovarsi al centro di una valutazione per infermità mentale parziale o totale.

Il peso invisibile del caregiver

La vicenda riporta prepotentemente alla luce il tema, spesso sottovalutato, dei caregiver familiari: uomini e donne che, in solitudine, si prendono cura di un partner malato, anziano o non autosufficiente, senza aiuti adeguati da parte del sistema sanitario o dei servizi sociali. In molti casi, si tratta di un impegno totalizzante, che cancella la propria vita, i propri bisogni, perfino la propria identità.

Nunzia Mancini non aveva figli, parenti vicini né assistenza stabile. Ogni giorno era sola ad affrontare la degenerazione della salute di Ferrigno, un uomo che – raccontano i vicini – un tempo era attivo, energico, sempre sorridente dietro il bancone della sua edicola. “Li vedevamo sempre insieme, lei lo accompagnava ovunque – ha raccontato un residente dello stabile – ma da un po’ non uscivano più. Si era chiusa in casa con lui”.

L’indagine e i prossimi passi

L’indagine, coordinata dalla procura di Milano, è appena all’inizio. Nei prossimi giorni sarà effettuata l’autopsia sul corpo di Ferrigno, mentre per Mancini è già scattato il fermo per omicidio volontario. Non è escluso che venga disposta una perizia psichiatrica.

Nel frattempo, gli inquirenti stanno ricostruendo le ultime settimane di vita della coppia, cercando di comprendere se vi fossero segnali premonitori, richieste di aiuto, tentativi – anche impliciti – di far emergere una situazione familiare al collasso.

Una storia d’amore lunga quarant’anni finita nel silenzio

L’omicidio di Ferrigno non è solo un fatto di cronaca nera. È anche la fine amara di una storia d’amore lunga più di quarant’anni, logorata dalla malattia, dall’isolamento e dal peso di un’assistenza quotidiana senza sosta. Una vicenda che, al netto delle responsabilità penali, pone domande urgenti su come la società si prende – o non si prende – cura di chi cura.

Il dramma di Nunzia Mancini e Vincenzo Ferrigno, al di là dell’orrore, interroga le nostre coscienze. Quanto può reggere una persona sola? Quante altre storie simili restano invisibili dietro le pareti di case silenziose, fino a che il dolore non esplode in gesti estremi?

In attesa che la giustizia faccia il suo corso, questa è anche l’occasione per riflettere su cosa significhi davvero “non farcela più”. Perché dietro a quelle cinque parole, pronunciate al telefono da una donna sconvolta, si nasconde molto più di un delitto. Si nasconde un abbandono collettivo.

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