Dichiarazioni destinate a sollevare un’ondata di polemiche a livello internazionale sono state rilasciate dal ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich, esponente dell’ultradestra religiosa, che ha affermato apertamente l’intenzione di “cancellare lo Stato palestinese” attraverso le politiche attuate nei territori occupati della Cisgiordania.
In un’intervista concessa al quotidiano Ofek, organo di stampa del suo partito, il Sionismo Religioso, Smotrich ha spiegato che il piano israeliano per la Cisgiordania mira esplicitamente a impedire la nascita di uno Stato palestinese indipendente, giudicato, a suo avviso, come una minaccia esistenziale per Israele. A riportarlo è il Times of Israel, tra le principali testate del Paese.
«Il nostro obiettivo è chiaro: prevenire la creazione di uno Stato palestinese e impedire che si verifichi un altro 7 ottobre», ha dichiarato Smotrich, facendo riferimento all’attacco su larga scala compiuto da Hamas contro Israele nell’autunno del 2023.
Ritorno agli insediamenti evacuati
Nel corso dell’intervista, Smotrich ha annunciato di lavorare attivamente per ripristinare due ex insediamenti israeliani nel nord della Cisgiordania, Ganim e Kadim, entrambi evacuati e smantellati nel 2005 nell’ambito del piano di disimpegno unilaterale voluto dall’allora primo ministro Ariel Sharon. Quel piano prevedeva il ritiro delle truppe e dei coloni da Gaza e da quattro colonie della Cisgiordania settentrionale.
Il ministro ha specificato che l’obiettivo è riattivare questi insediamenti “nelle prossime settimane”, indicando un’accelerazione significativa di un progetto che rischia di destabilizzare ulteriormente la situazione già tesa nei territori occupati.
«Stiamo operando per ristabilire la presenza israeliana in quelle aree. È una questione di sicurezza nazionale e di principio ideologico», ha spiegato Smotrich.
Una visione ideologica contraria alla soluzione dei due Stati
Le dichiarazioni del ministro delle Finanze non sorprendono chi conosce le posizioni del Sionismo Religioso, ma rappresentano un attacco frontale e senza precedenti alla prospettiva della soluzione a due Stati, da anni indicata dalla comunità internazionale — inclusi Stati Uniti, Unione Europea e Nazioni Unite — come unica via realistica per una pace duratura tra israeliani e palestinesi.
Smotrich, insieme ad altri esponenti della destra estrema presenti nel governo Netanyahu, sostiene una visione espansionista e teocratica, che promuove l’annessione integrale della Cisgiordania (definita Giudea e Samaria nei termini biblici usati dall’estrema destra israeliana), e la marginalizzazione definitiva di ogni progetto di sovranità palestinese.
Il contesto: tra tensioni interne e pressione internazionale
Le dichiarazioni arrivano in un momento di altissima tensione nei territori palestinesi, dove l’escalation militare, l’espansione delle colonie e la violenza nei confronti dei civili palestinesi continuano ad alimentare un clima di instabilità profonda. Nella sola Cisgiordania, l’avanzata degli insediamenti è cresciuta rapidamente negli ultimi mesi, con oltre 700.000 coloni israeliani presenti in territori che il diritto internazionale considera occupati.
Smotrich, che già in passato aveva definito “un errore” il disimpegno da Gaza, propone ora di restituire slancio al progetto coloniale, non solo come misura di sicurezza, ma come strumento politico e culturale per cancellare la visione di una Palestina indipendente.
Reazioni attese e rischi geopolitici
Le parole del ministro rischiano di compromettere ulteriormente i già fragili rapporti tra Israele e i suoi alleati occidentali, in particolare con Washington, dove l’amministrazione Biden continua a sostenere, almeno formalmente, la necessità di una soluzione a due Stati.
È probabile che la comunità internazionale reagisca con preoccupazione o condanna, ma al momento non sono stati ancora rilasciati commenti ufficiali da parte di Stati Uniti, Unione Europea o ONU.
Sul piano interno, invece, le parole di Smotrich rafforzano l’ala ultranazionalista del governo Netanyahu, che appare sempre più allineato su una linea dura e priva di aperture al dialogo con i palestinesi. Una posizione che, secondo diversi analisti israeliani, isola Tel Aviv sullo scenario diplomatico internazionale e aumenta i rischi di una crisi su larga scala nei territori occupati, sia sul fronte interno che in relazione ai Paesi arabi.
Un governo diviso ma sempre più orientato a destra
Il governo guidato da Benjamin Netanyahu, sebbene teoricamente composto da una coalizione eterogenea, vede ormai dominare la componente più radicale, rappresentata proprio da Smotrich e dal ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir. Le loro posizioni estremiste influenzano profondamente l’agenda politica del governo, rendendo sempre più difficile ogni possibilità di negoziato con l’Autorità Palestinese e ostacolando anche i tentativi di mediazione internazionale.
Le parole di Bezalel Smotrich non rappresentano soltanto una posizione ideologica estrema, ma segnano un’ulteriore radicalizzazione del discorso politico israeliano. In un momento in cui la regione è attraversata da conflitti, sfollamenti e nuove tensioni religiose, l’annuncio del ministro suona come una dichiarazione d’intenti netta: nessuno Stato palestinese sarà mai tollerato. Un’affermazione che, se messa in atto, potrebbe riscrivere le regole del conflitto mediorientale, aggravandolo in modo irreversibile.
