Di fronte al giudice, la lucidità dell’abisso. Lorena Venier, infermiera sessantunenne di Codroipo, ha confessato senza esitazioni l’assassinio del figlio trentacinquenne Alessandro, compiuto con la complicità della compagna di lui, Mailyn Jhenifer Garcia Silvestre. Le sue parole, rese nel corso dell’udienza di convalida dell’arresto dinanzi al giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Udine, hanno aperto ulteriori squarci su un delitto che già si era presentato, fin dai primi momenti, con i tratti di una tragedia irrappresentabile.
La Venier ha ripercorso i momenti del delitto con precisione quasi clinica, senza tentativi di attenuazione o giustificazione. Ha riferito che l’intenzione di togliere la vita al figlio era condivisa: “Abbiamo deciso di ucciderlo addormentandolo”, ha dichiarato. Il piano iniziale prevedeva l’utilizzo di un intero blister di medicinali sciolti in una limonata, bevanda somministrata ad Alessandro nel tentativo di indurlo in uno stato di incoscienza. Ma il tentativo non ha sortito l’effetto sperato. Di fronte alla mancata sedazione, la madre ha optato per un intervento più drastico: “Gli ho fatto due iniezioni di insulina”, ha proseguito, precisando che le fiale erano in suo possesso da cinque anni e provenivano dal luogo di lavoro. Erano state accumulate con l’intenzione, all’epoca, di porre fine alla propria vita.
Non bastasse l’iniezione, le due donne hanno tentato di soffocare Alessandro a mani nude. Il fallimento del gesto ha innescato l’ultima, definitiva violenza. È stata Mailyn, secondo il racconto della suocera, a prendere i lacci delle scarpe per completare l’opera e strangolare la vittima.
A questo punto il racconto scivola in un orrore ancora più profondo. Dopo l’uccisione, il corpo del trentacinquenne è stato sezionato con un attrezzo utilizzato per la legna e nascosto in un bidone riempito di calce viva, acquistata pochi giorni prima online. Un dettaglio, quest’ultimo, che attesta la premeditazione dell’occultamento, se non dell’omicidio stesso.
La confessione della donna – che ha parlato di un gesto “mostruoso” – non lascia spazio a interpretazioni indulgenti. Le sue parole non tradiscono scompenso apparente, né pentimento teatrale: raccontano un gesto maturato nel tempo, radicato forse in dinamiche familiari che dovranno essere oggetto di approfondimento psichiatrico e giudiziario.
Il caso Venier pone interrogativi drammatici non solo sulla capacità di uccidere all’interno del nucleo familiare, ma anche sull’elaborazione del male da parte di soggetti considerati insospettabili. Lorena era un’infermiera, figura simbolo della cura e dell’assistenza; una madre, archetipo della protezione. Ha invece assunto il ruolo di carnefice, in una dinamica che ha sovvertito ogni codice etico, affettivo, sociale.
Il contesto dell’omicidio – una casa di provincia, un figlio adulto, due donne che vivono accanto a lui – non è quello di un’emergenza criminale esplosiva, ma piuttosto di un dolore sedimentato, di una tensione strisciante, forse inconfessabile fino al momento in cui si è tramutata in azione. Le ragioni – materiali, psicologiche, relazionali – non sono ancora del tutto emerse. Sarà la magistratura, con le consulenze del caso, a ricostruire il movente e il contesto.
Quel che è certo, al momento, è che la ricostruzione fornita da Lorena Venier rappresenta una delle più inquietanti testimonianze di omicidio familiare degli ultimi anni in Italia. Non solo per la brutalità dell’atto, ma per la sua freddezza chirurgica, per l’organizzazione del crimine, per la banale disponibilità degli strumenti utilizzati. Perché nella descrizione della donna – i blister, le siringhe, la limonata, i lacci, la calce ordinata su Amazon – si coglie un’esecuzione domestica del male, una sua inquietante quotidianità.
L’inchiesta, condotta dai Carabinieri e coordinata dalla Procura di Udine, prosegue per definire nel dettaglio il ruolo di ciascuna delle due donne. Ma già oggi emerge con evidenza la complicità fattiva tra madre e nuora, una saldatura di volontà distruttive che rimane, forse, l’aspetto più disturbante del caso. Il delitto non è stato frutto di un impeto, né la reazione a un’aggressione: è stato il risultato di un patto.
Nel corso delle prossime settimane, gli inquirenti approfondiranno le dinamiche psicologiche e relazionali interne al nucleo familiare, la personalità della vittima, il contesto in cui viveva. Ma resta la domanda di fondo: cosa può spingere una madre a uccidere il proprio figlio, a distruggere con tanta determinazione il corpo che ha generato? È una domanda che sfida non solo la giustizia, ma la coscienza collettiva.
