27 Luglio 2026, lunedì
HomeItaliaCronacaLa morte di Simona Cinà a Bagheria: i familiari chiedono verità e...

La morte di Simona Cinà a Bagheria: i familiari chiedono verità e chiarezza

La ventenne pallavolista è annegata nella piscina di una villa durante una festa. I familiari sollevano dubbi su dinamiche e contesto dell'accaduto: mancano i vestiti, assente ogni traccia di alcolici. Il dolore dei genitori e le domande ancora senza risposta.

Bagheria (Palermo) – Una giovane vita spezzata in circostanze che restano oscure. Un dolore che si fa interrogativo continuo, assillante. A pochi giorni dalla morte di Simona Cinà, la studentessa e pallavolista ventenne trovata senza vita nella piscina di una villa di Bagheria durante una festa privata, la famiglia continua a cercare risposte che ancora non arrivano. E, nel vuoto delle spiegazioni ufficiali, si moltiplicano le domande, i dubbi, le incongruenze che rendono questa vicenda non solo tragica, ma anche opaca.

A parlare sono i genitori, la sorella gemella Roberta e il fratello Gabriele. Parlano con compostezza, ma anche con una determinazione che il dolore non scalfisce. Descrivono una scena che li ha lasciati turbati, per nulla rassicurante. Quando sono arrivati alla villa dove si è consumata la tragedia, il corpo di Simona era già a bordo piscina, coperto da un telo, con ancora indosso il costume da bagno. Intorno, pattuglie dei carabinieri e un’ambulanza. Ma, soprattutto, un silenzio irreale.

“Una festa senza torta, senza alcolici. E i vestiti?”

Secondo quanto raccontano i fratelli, il contesto appariva tutt’altro che coerente con l’idea di una festa di laurea, come era stata descritta inizialmente. “Non c’erano tracce di torta, né di bevande alcoliche – spiegano – solo bottiglie d’acqua. E i ragazzi erano tutti bagnati, silenziosi. Nessuno parlava”. A inquietarli ulteriormente è l’assenza dei vestiti di Simona, dei quali non si è trovata alcuna traccia: “Abbiamo trovato soltanto le scarpe. Nulla di più”.

La famiglia insiste su un punto che per loro è cruciale: Simona era una sportiva, abituata all’acqua, perfettamente a suo agio in piscina. Non solo praticava pallavolo e beach volley a livello agonistico, ma amava anche il surf. Una confidenza naturale con l’ambiente acquatico che rende ancora più inspiegabile, per loro, un decesso per annegamento in una piscina privata.

Il dolore di una madre: “Solo la verità ci darà pace”

“Voglio solo sapere perché. Perché è morta. Voglio la verità su mia figlia”, ripete tra le lacrime la madre della ragazza, con parole che si fanno appello accorato ma anche ferma richiesta di giustizia. “Era una ragazza solare, buona, non aveva nemici. Amava lo sport, gli amici, la vita. Studiava con impegno, era al terzo anno di università. Voglio solo sapere cosa le è accaduto”.

A farsi portavoce delle preoccupazioni della famiglia è anche l’avvocato Gabriele Giambrone, che li assiste legalmente. Il legale sottolinea le anomalie riscontrate e la dinamica ancora incerta dei fatti. “Non è normale che in una festa di laurea non vi sia traccia di alcolici, che nessuno dei presenti abbia contattato i familiari della vittima. Sono stati proprio loro a chiamare, alle 4:45 del mattino, preoccupati perché non avevano notizie. Nessuno li aveva avvertiti dell’accaduto”.

Un’inchiesta per fare luce, ma la fiducia è fragile

La Procura ha aperto un fascicolo e le indagini sono in corso. Gli inquirenti stanno raccogliendo testimonianze, analizzando i tabulati telefonici e le immagini delle telecamere di sorveglianza dell’area. Resta però l’impressione, fortemente avvertita dalla famiglia, che vi siano molte zone d’ombra ancora da diradare.

Al momento non si esclude alcuna ipotesi: incidente, malore, dinamica colposa. Ma i genitori non si accontentano di spiegazioni generiche o frettolose. “Mia figlia era un pesce in acqua”, ribadisce il padre. “Non ci basta sapere che è morta annegata. Vogliamo capire perché, in quali condizioni, e in quale contesto. Vogliamo chiarezza”.

La memoria di Simona, la dignità di chi chiede verità

Nel frattempo, il nome di Simona Cinà è diventato sinonimo di una ferita collettiva. Conosciuta e stimata nella comunità, amata da compagni di squadra e amici, la giovane atleta è ricordata per il suo sorriso costante, la passione per lo sport e l’impegno nello studio. La sua morte ha generato sgomento, cordoglio e, soprattutto, una volontà diffusa di capire, di non lasciare che tutto si dissolva in un’indifferenza generalizzata.

Non si tratta solo di elaborare un lutto. Per la famiglia, la verità è un’esigenza morale e civile. Una forma di rispetto per chi non può più parlare, e per chi, con voce pacata ma determinata, continua a chiedere giustizia.

“Non vogliamo colpevoli a ogni costo. Vogliamo sapere cosa è successo. A Simona lo dobbiamo. E anche a noi stessi.”

Sponsorizzato

Ultime Notizie

Commenti recenti