3 Luglio 2026, venerdì
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Via D’Amelio, 33 anni dopo: la verità storica esiste già

Sandro Ruotolo (Pd): “Non fu solo mafia. Depistaggi, silenzi e complicità hanno avvelenato la ricerca della giustizia. L’indifferenza resta la forma più subdola di complicità”.

“Ricordo tutto. Ero a Roma, quando vibrò il cercapersone. Non avevamo i cellulari. Richiamai subito: da Palermo mi dissero dell’attentato a Paolo Borsellino”.

Sandro Ruotolo, europarlamentare del Partito Democratico e responsabile Memoria nella segreteria del partito, riporta alla luce con parole nette il giorno che segnò per sempre la coscienza civile del Paese. Era il 19 luglio 1992. In via D’Amelio, a Palermo, un’autobomba uccise il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta: Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli e Claudio Traina.

Sono passati trentatré anni, e le ferite restano aperte. Non solo per il dolore, ma per una verità giudiziaria che ha tardato a emergere e per una verità storica che, oggi, possiamo e dobbiamo riconoscere: non fu solo mafia.

Le indagini furono depistate – ricorda Ruotolo – e solo nel 2008, con le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza, si cominciò a riscrivere la narrazione di quella strage. Ma restano ancora troppi punti oscuri. Eppure, sappiamo già abbastanza per non cadere nel silenzio: ci fu molto di più. E ancora oggi alcune procure stanno indagando”.

Ruotolo non fa nomi, non si avventura in ricostruzioni ipotetiche. Ma il senso del suo messaggio è limpido: le connivenze tra criminalità organizzata, apparati deviati dello Stato e segmenti di potere hanno giocato un ruolo in quella stagione di sangue, e continuare a ignorarlo significa contribuire alla rimozione collettiva.

Nel 2025, sottolinea l’ex cronista d’inchiesta, “la stagione delle stragi è finita, ma la battaglia non è vinta. O si è contro le mafie, o si è complici. E l’indifferenza – ammonisce – è la peggiore forma di complicità”.

Parole dure, che inchiodano la politica e l’opinione pubblica alle proprie responsabilità. Non basta commemorare. Non basta intitolare strade o scuole. Occorre fare memoria attiva, come Ruotolo sostiene da anni, ricordando che la ricerca della verità non è un esercizio del passato, ma una lotta del presente.

Perché Paolo Borsellino non è stato solo vittima della mafia. È stato – come Falcone – vittima di uno Stato che non ha saputo, o voluto, difenderlo fino in fondo. E questo, oggi, lo sappiamo.

Non tutta la verità è scritta nelle sentenze. Ma la verità storica sì, quella esiste già. E ci chiama, ogni giorno, a scegliere da che parte stare.

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