AGGIORNAMENTO
Catania – Un intero clan, ricostruito mattone su mattone, è crollato all’alba sotto il peso di 38 misure cautelari. Il blitz, condotto dal Comando Provinciale dei Carabinieri e coordinato dalla Direzione Distrettuale Antimafia etnea, ha colpito al cuore il gruppo Nizza, ritenuto oggi il principale anello operativo del clan Santapaola-Ercolano nella zona sud della città.
È un’operazione che segna un punto fermo nella lotta alla mafia catanese, messa a dura prova negli ultimi anni da una criminalità che, pur decapitata dai collaboratori di giustizia e dai processi, ha continuato a riorganizzarsi. Con metodi nuovi, meno appariscenti, ma non meno violenti.
La ragnatela del clan: 38 arresti, una regia dal carcere
Il provvedimento emesso dal GIP su richiesta della DDA ha disposto 37 custodie cautelari in carcere e una ai domiciliari con braccialetto elettronico. Al centro dell’indagine, un dato che inquieta: la leadership del gruppo veniva esercitata da dietro le sbarre.
Giovanni Nizza, detenuto, era in grado di mantenere i contatti con gli affiliati grazie a una fitta rete di “ambasciate” e messaggi cifrati trasmessi attraverso la moglie Maria Rosaria Nicolosi, anche lei arrestata. La coppia, secondo gli inquirenti, dettava la linea criminale con precisione militare.
Con loro, sono finiti in manette:
- Salvatore Andò, Kevin Bonfiglio, Mario Maurizio Calabretta, Antonino Cocuzza, Domenico Contarini, Giovanni Costanzo, Angelo Cutugno, Paolo Giuseppe Denaro, Pierpaolo Gianluca Di Gaetano, Orazio Finocchiaro, Michele Fontanarosa, Marco Gardali, Andrea La Rosa, Simone Lizzio, Alessandro Lo Presti, Francesco Magrì, Giovanni Magri, Mario Marletta, Giuseppe Mazzarelli, Corrado Gabriel Muscara, Natalino Nizza, Natalino Dario Nizza, Carmelo Christian Patanè, Vincenzo Pino, Giovanni Pinto, Francesco Platania, Giovanni Privitera, Giovanni Maria Privitera, Antonino Raimondo, Mario Russo, Ivan Scavone, Gabriele Agatino Strazzeri, Antonino Trentuno, Saverio Missale.
Trentasette sono finiti in carcere, uno – Saverio Missale – è stato posto ai domiciliari.
Tra questi spiccano alcuni nomi chiave. Natalino Nizza, figlio di Giovanni, avrebbe assunto un ruolo direttivo nella nuova struttura operativa, con compiti gestionali e decisionali. Stesso dicasi per Giovanni Maria Privitera, figlio del boss storico Giovanni Privitera: entrambi arrestati, il primo oggi collabora con la giustizia, aprendo un varco all’interno delle segrete logiche del clan.
Antonino Trentuno, genero di Lorenzo “lo scheletro” Saitta, è invece ritenuto figura centrale nella violenta faida interna che ha contrapposto le due fazioni della cosca. Su di lui e su altri pesa l’ombra di attentati, sparatorie e tentativi di omicidio legati al controllo del territorio.
Estorsioni, droga e armi: il menù criminale del gruppo
Il clan Nizza aveva esteso la propria influenza su un vasto territorio della zona sud di Catania: da San Giorgio a Librino, da Pigno a Villaggio Sant’Agata, fino alla “roccaforte” di Monte Po. Il tutto attraverso una gestione capillare delle attività criminali, dalla droga alle estorsioni, dal controllo dei lavori edili alla compravendita illecita di beni.
Le accuse – che spaziano dall’associazione mafiosa al traffico di stupefacenti, dal porto abusivo di armi agli attentati – sono state ricostruite attraverso mesi di intercettazioni, pedinamenti e dichiarazioni di collaboratori di giustizia. Tra questi, proprio Giovanni Maria Privitera, che con le sue rivelazioni ha svelato il funzionamento interno di un clan che parlava poco, agiva molto e si affidava a una gerarchia silenziosa quanto ferrea.
Il ruolo delle donne e la “nuova mafia”
L’operazione segna un passaggio importante anche sul piano culturale. Emergono ruoli attivi di figure femminili, come Maria Rosaria Nicolosi, non semplicemente “moglie del boss”, ma mediatrice di ordini, interprete delle strategie dettate dal carcere, custode di messaggi e segreti. Un cambio di paradigma rispetto alla mafia tradizionale.
La nuova mafia, quella che si affaccia sulle ceneri delle vecchie cosche, appare meno esposta, ma altrettanto pericolosa: si muove tra il silenzio e la complicità sociale, mimetizzandosi tra attività lecite e imprese di facciata.
Il commento della DDA
“Abbiamo inferto un duro colpo a una struttura mafiosa che, nonostante le condanne e le collaborazioni, era riuscita a ricompattarsi e a ricostruire il proprio potere – ha dichiarato il procuratore capo di Catania –. L’operazione di oggi dimostra che la lotta alla mafia non può mai dirsi conclusa, ma che lo Stato, quando agisce con determinazione, riesce a smantellare anche le realtà più radicate.”
