Un anno fa moriva Satnam Singh, giovane bracciante indiano abbandonato agonizzante dopo un incidente sul lavoro nelle campagne di Latina, dove la sua vita è stata spezzata non solo da una macchina agricola, ma da un sistema di sfruttamento feroce, sistemico, disumano. Un anno dopo, poco o nulla è cambiato: migliaia di lavoratori agricoli continuano a essere vittime silenziose di un’economia sommersa, alimentata da caporalato, agromafie e politiche migratorie obsolete.
A ricordarlo è Camilla Laureti, europarlamentare del Partito Democratico e vicepresidente del gruppo S&D a Bruxelles, con delega alle politiche agricole: “Non può esserci agricoltura senza giustizia sociale. Un cibo che nasce da mani sfruttate non è sostenibile. Dobbiamo dirlo con chiarezza: l’agricoltura del futuro non può poggiare su fondamenta di ingiustizia”.
Secondo l’ultimo rapporto dell’Osservatorio Placido Rizzotto, presentato dalla Flai Cgil al Parlamento europeo proprio con Laureti, sono almeno 200 mila i lavoratori agricoli irregolari nei campi italiani. Una massa invisibile e vulnerabile, spesso controllata da reti criminali, in cui le agromafie prosperano sfruttando l’assenza di controlli, la povertà e le lacune normative.
“La legge 199 del 2016 è uno strumento valido, ma va applicata in modo sistematico e rigoroso – spiega Laureti – servono controlli più frequenti e meglio coordinati. È inaccettabile che a distanza di otto anni dalla sua approvazione il caporalato continui indisturbato in molte aree del Paese”.
Ma lo sfruttamento nei campi non è solo un problema italiano. Per l’europarlamentare dem, l’Unione europea deve assumersi le proprie responsabilità. “La condizionalità sociale della nuova Politica Agricola Comune (PAC) deve diventare realtà concreta. I fondi europei non devono più finire nelle tasche di chi viola i diritti dei lavoratori. Su questo principio stiamo lavorando con determinazione in Commissione Agricoltura al Parlamento europeo: chi riceve denaro pubblico deve garantire condizioni di lavoro dignitose, sicurezza e tutela sanitaria”.
Al centro del dibattito torna anche la necessità di riformare la legge Bossi-Fini, che da oltre vent’anni vincola l’ingresso regolare in Italia a un contratto di lavoro preliminare, alimentando così l’irregolarità e il reclutamento illecito. “Servono politiche migratorie strutturali, fondate sul lavoro regolare e sull’inclusione, anche abitativa – afferma Laureti – Non possiamo continuare a lasciare migliaia di braccianti nei ghetti. I 200 milioni di euro previsti dal PNRR per l’abitare dei lavoratori agricoli devono essere usati fino all’ultimo centesimo”.
La lotta al caporalato non è solo una questione di umanità e diritti, ma anche di legalità economica e concorrenza leale. “Dobbiamo smettere di voltare lo sguardo dall’altra parte quando mettiamo in tavola il cibo che consumiamo – conclude Laureti – perché dietro ogni pomodoro troppo a buon mercato potrebbe esserci il sangue di un lavoratore invisibile. La dignità del lavoro è il primo ingrediente della qualità”.
Un anno dopo Satnam Singh, l’Italia ha ancora molto da fare. Ma ha anche gli strumenti per cambiare. Sta ora alla politica – europea e nazionale – decidere se voltarsi indietro o guardare finalmente avanti.
