Il diritto alla salute rimandato di due anni
“Io fino al 2027 non posso saperlo se ci sono ancora.”
La voce di Piero Vernile, 46 anni, è stanca, ma ferma. Operaio da 26 anni alle Acciaierie d’Italia, l’ex Ilva di Taranto, ha visto la sua vita stravolta nel 2017, quando gli sono stati diagnosticati due tumori benigni a un polmone, accompagnati da noduli sospetti sotto l’ascella destra. Da allora, la sua è una corsa contro il tempo. O almeno dovrebbe esserlo.
Il 28 marzo scorso, nella speranza di ottenere nuovi accertamenti, ha prenotato due risonanze magnetiche presso il CUP di Palagiano, il piccolo comune del tarantino dove vive. L’esame, però, non si farà a breve. L’unica disponibilità offerta è per il 27 marzo 2027, all’ospedale di Castellaneta. Esattamente due anni di attesa.
“Ero esterrefatto.” racconta ancora incredulo. “Negli ultimi quindici giorni ho avuto dolori così forti da piangere disteso sul letto. Ma dovrò aspettare altri 730 giorni per sapere se qualcosa è peggiorato.”
Un uomo, una storia. Ma anche un simbolo
Piero non cerca scorciatoie. Non chiede favoritismi. Anzi.
“Il mio intento non è avere una data subito per me, ma che venga ripristinato il diritto alla salute per tutti i cittadini di Taranto e provincia.”
Le sue parole sono un atto d’accusa dignitoso e profondo. Una denuncia non gridata, ma potente. Perché quella risonanza negata non è solo un esame medico: è l’ennesima conferma che nella sanità pubblica del Sud si può morire aspettando.
Il caso di Piero non è un’eccezione: è una cartina di tornasole. La burocrazia che fagocita l’urgenza, la carenza di personale, le agende bloccate, i macchinari insufficienti o in disuso: tutto contribuisce a un paradosso che diventa tragedia.
E mentre lui aspetta, nella speranza che qualcosa si muova, tanti altri come lui fanno i conti ogni giorno con liste d’attesa surreali, spesso costretti a rivolgersi al privato o a rinunciare del tutto alle cure.
Il peso dell’acciaio e la solitudine del malato
Il corpo di Piero è un campo di battaglia: anni di lavoro pesante in uno degli impianti industriali più discussi d’Europa hanno lasciato segni profondi. Ma la sua mente è ancora più affaticata. “Non dormo da settimane. Ho paura di morire senza sapere cosa ho.”
Nel frattempo, gli è stato consigliato di “ripresentarsi più avanti”, nella speranza che si liberi un posto. Come se la salute fosse un concorso a premi, una lotteria, un sistema a premi per chi riesce a essere più insistente o fortunato.
Una richiesta che non chiede pietà, ma giustizia
Piero non si piange addosso. La sua denuncia, rilanciata da TGcom24, è un atto d’amore verso la propria terra, verso chi vive nelle stesse condizioni, verso chi ogni giorno fa i conti con il dolore e con l’indifferenza.
Il suo appello è semplice, ma devastante nella sua lucidità:
“Non voglio che questa storia resti solo mia. Voglio che cambi qualcosa per tutti.”
E noi non possiamo fare altro che ascoltarlo. E agire. Prima che il tempo – quello stesso tempo che a lui è stato negato – si trasformi in silenzio. Definitivo.
