A cura di Dario Ricci
La Corte d’Appello egiziana ha confermato la condanna a 25 anni di carcere per Luigi Giacomo Passeri, il 32enne pescarese arrestato in Egitto nell’agosto 2023 con l’accusa di traffico internazionale di sostanze stupefacenti. Nonostante le richieste di riduzione della pena avanzate dalla difesa, la corte ha respinto ogni istanza, mantenendo la sentenza che aveva colpito l’uomo per un reato che, secondo le autorità egiziane, presentava rilevanza internazionale.
L’arresto di Passeri, avvenuto durante una vacanza in Egitto, ha suscitato una forte preoccupazione in Italia. La famiglia e i legali del giovane hanno ripetutamente dichiarato la sua innocenza, sostenendo che si trattasse di un malinteso. Secondo loro, Passeri sarebbe stato arrestato ingiustamente dopo essere stato trovato in possesso di sostanze stupefacenti, senza che ci fossero prove sufficienti a dimostrare la sua colpevolezza in merito al traffico internazionale di droga.
La conferma della condanna, che ora sembra definitiva, ha riacceso il dibattito sulla giustizia egiziana, un sistema spesso oggetto di critiche per la mancanza di trasparenza e per le condizioni dei processi, talvolta ritenuti non equi. La vicenda di Passeri ha posto in evidenza anche le difficoltà che i detenuti italiani affrontano in Egitto, in un sistema carcerario che, secondo diverse organizzazioni internazionali, è frequentemente al centro di denunce per abusi e violazioni dei diritti umani.
Con la sentenza confermata, si complica ulteriormente la possibilità di un ritorno in Italia per Passeri. Le autorità italiane, infatti, seguono con attenzione il caso, che resta un tema caldo anche sul piano diplomatico. Nonostante i tentativi di sollecitare una revisione della condanna, per ora sembra che il destino del giovane pescarese sia segnato, almeno per i prossimi anni, all’interno di un carcere egiziano.
La storia di Luigi Giacomo Passeri non è solo quella di un uomo accusato di un grave reato, ma anche un caso emblematico delle difficoltà e delle incertezze che i cittadini italiani si trovano a vivere quando vengono arrestati all’estero, soprattutto in Paesi con sistemi giuridici controversi. La speranza della famiglia, tuttavia, rimane quella di un possibile intervento che possa portare a una revisione della condanna e a una risoluzione della vicenda.
