30 Novembre 2022, mercoledì
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MIGRANTI ISOLAMENTO IN EUROPA

a cura di Giuseppe Catapano

Purtroppo, sono anni che l’Italia affronta il tema migranti solo in modo emergenziale. La sinistra pensa l’immigrazione come soccorso, la destra come respingimento in nome della salvaguardia degli interessi nazionali. Da entrambi i lati, il confronto (ma sarebbe meglio dire scontro, per di più dai toni apocalittici) avviene solo sul fatto se sia giusto o meno far entrare “chi ha bisogno”. Nessuno, tranne qualche solitario commentatore, pone la “questione migranti” sul terreno della “convenienza”, che invece è l’unico modo serio di affrontarla. Per capire quanto invece sia aggredita senza un briciolo di razionalità, basta fare due conti. Gli stranieri residenti in Italia sono oggi l’8,8% del totale della popolazione: 5,2 milioni su quasi 59 milioni. Una cifra assai inferiore ai nostri omologhi europei, visto che in Germania se ne contano 10,5 milioni, in Francia 7,4, in Spagna 6,4. Prima di attaccare l’Europa e gli altri paesi continentali accusandoli di “lasciarci soli di fronte alla marea montante”, si dia un’occhiata ai numeri. Si vedrà, per esempio, che nel 2021 (cifre elaborate da Eurostat), chi ha ricevuto il maggior numero di richieste di asilo è la Germania (190.545) e che l’Italia è al quarto posto con 53.610, preceduta da Francia (120.685) e Spagna (65.295) e seguita dall’Austria (39.900). Ultima è l’Ungheria di Orban con appena 40 domande. In percentuale, il numero dei migranti accolti rispetto alla popolazione residente vede (elaborazione Ispi) la Svezia a sostenere lo sforzo maggiore (24 ogni mille abitanti), seguita da Malta (17), Austria (13) e Germania (12). In Italia questo rapporto scende a 3. Se poi si considerano gli ucraini fuggiti dalla guerra, che non sono in questi conteggi perché hanno subito ricevuto lo status di rifugiati, si vede che la Polonia balza in testa alla classifica dell’accoglienza con un milione e 400 mila ucraini accolti; un altro milione è andato in Germania; 458.000 nella Repubblica Ceca. L’Italia ha aperto le porte a 160.000 ucraini, la Francia a 118.000. Le polemiche urlano, ma i numeri parlano.

 La quasi totalità degli arrivi sono migranti “economici”. Persone di cui, a guardare con oggettività il fenomeno, abbiamo un disperato bisogno. Prima di tutto sotto il profilo demografico. Siamo una popolazione decrescente e sempre più vecchia, fenomeni mitigati solo grazie all’apporto degli immigrati. Anche se dal 2014 il rallentamento dei flussi in entrata ha fatto sì che il numero dei residenti si riducesse comunque. Esattamente del 2% nel periodo che va dal 1° gennaio 2014 al 31 dicembre 2021 (con un calo del 4% nel Mezzogiorno). Significa 1,4 milioni di persone in meno, come gli abitanti di Milano città. E secondo le previsioni demografiche, entro il 2040 la popolazione adulta e attiva diminuirà di altri quattro milioni a parità di flussi attuali, numero che salirebbe a dieci milioni se i flussi arrivassero zero. Una catastrofe sotto tutti i punti di vista, da quello dello sviluppo economico (mancato) a quello della finanza pubblica e in particolare della tenuta del sistema previdenziale, fino a quello sociale.

Altri numeri per capire. Se gli immigrati sono oggi l’8,8% della popolazione, rappresentano però il 10% di quella lavorativa (nonostante che con la crisi pandemica abbiano perso il lavoro in numero maggiore rispetto agli italiani). Tra le imprese, quelle “straniere” raggiungono poi il 10,6% del totale. Segno che chi arriva da noi per stato di necessità ha una maggiore propensione all’occupazione e persino all’imprenditorialità. Tant’è vero che il tasso di inattività è di 10 punti più alto per i nativi rispetto agli immigrati. Inoltre, anche se impiegati meno ore di quelle che vorrebbero (circa il 20% degli stranieri subisce un part-time involontario) e in lavori demansionati rispetto alle competenze (la quota di sovra istruiti è del 32,8%), gli immigrati continuano a sostenere in modo decisivo l’economia. Anche perché hanno una propensione al consumo doppia della nostra (dati Bankitalia), mentre pesano meno sulla spesa per i farmaci (2,6% del totale secondo l’Istituto Superiore di Sanità) e sui costi della sanità (il 3,3% secondo l’Agenzia sanitaria nazionale). Ecco perché i dati del Centro Studi Idos ci dicono che tra entrate versate (30,2 miliardi) e uscite a loro dedicate (28,9 miliardi) il saldo netto degli stranieri verso le casse dello Stato è di circa 1,3 miliardi di euro. A ciò bisogna aggiungere che svolgono un’ampia gamma di lavori imprescindibili e poco o per nulla graditi agli italiani, anche se a spasso: sono il 15,3% degli occupati nel settore alberghiero e della ristorazione, il 15,5% nelle costruzioni, il 18% in agricoltura e ben il 64,2% nei servizi alle famiglie. Tutti settori che, in assenza di manodopera straniera, entrerebbero in profonda crisi. Nel caso dell’assistenza alle persone, poi, la gran parte delle famiglie italiane con anziani, minori o disabili sarebbero più sole e prive di aiuto.

Insomma, più che un pericolo gli immigrati sono una risorsa, per l’economia, la finanza pubblica e il sistema di welfare. L’importante è governare i flussi con regole ferree, rifuggendo gli isterismi, e approntare una gestione delle risorse umane in entrata con strumenti idonei e in costante collegamento con il mercato del lavoro e le imprese. Inoltre, vanno realizzati, e non solo evocati, gli accordi bilaterali con i paesi di provenienza. Invece noi usiamo la logica del lazzaretto  che decliniamo a sinistra con il “dentro tutti”, salvo offrire centri di accoglienza indecorosi e lasciarli al loro destino (con ciò inducendo alla delinquenza o, peggio, offrendo braccia alla malavita), e a destra con “fermiamo le Ong” (che portano sulle loro navi meno del 10% del totale di chi sbarca), salvo poi cedere inevitabilmente alle ragioni umanitarie privilegiando i “fragili” (cioè coloro che non rispondono alla logica della nostra convenienza) rispetto agli altri (di cui invece abbiamo maledettamente bisogno). Ergo, la “convenienza” a sinistra suona scandalosa e a destra è ignorata. E i risultati si vedono.

Cara presidente Meloni, Lei si è presentata agli italiani come l’emblema della discontinuità. E ha visto crescere il suo bacino di consensi anche dopo le elezioni, perché un numero crescente di cittadini che non l’ha votata ha cominciato a sperare che facesse sul serio, tanta è la consapevolezza che la discontinuità ci vuole, eccome se ci vuole. Ma drammatizzare l’arrivo dei migranti, o meglio di una piccola parte di essi, usandolo come arma di distrazione di massa non è disruption, è puro conformismo. La vera discontinuità sta invece nel prendere atto che se nel mondo nel solo 2021 ci sono stati 289 milioni di migranti, non è con annunci di barricate che si argina e controlla una marea planetaria di queste proporzioni. Occorre dimostrare di essere capaci di governare il fenomeno applicando il principio della reciproca convenienza: siccome tu hai bisogno di lavorare e noi abbiamo bisogno di lavoratori, facciamo un patto, lo rispettiamo entrambi e diventiamo concittadini. La sinistra, con il suo buonismo a parole e inconcludenza nei fatti, non è stata capace di farlo. 

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