1 Ottobre 2022, sabato
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Simone D’Auria direttore HR di Petrone Group ” Senz’altro le nuove tecnologie sono un traino importante”


A cura di Ionela Polinciuc


Dopo aver sperimentato i vantaggi del lavoro da remoto, a due anni dall’inizio della pandemia, la sfida per i leader è ora quella di motivare i dipendenti a tornare anche in ufficio, trovando nuovi stimoli e opportunità.
Al riguardo, abbiamo intervistato Simone D’Auria, il direttore HR di Petrone Group, uno dei maggiori operatori italiani nella distribuzione farmaceutica internazionale. È nel mondo HR da oltre 20 anni con ruoli di rilievo in aziende nazionali e multinazionali. Ha vissuto tutta l’evoluzione del mondo delle risorse umane negli untimi due decenni.
Membro del “Tavolo sulla Trasformazione del lavoro” di Manageritalia, egli stesso ammette che il suo lavoro è molto evoluto negli anni.

Nel suo settore,come la pandemia ha cambiato il mondo del lavoro?
Devo dire che ho visto molti cambiamenti nel mondo del lavoro in questi anni, ma nulla al pari della velocità con la quale la pandemia ha modificato il rapporto della persona con il proprio lavoro. Dopo anni nei quali il “presenzismo” l’ha fatta da padrone, specialmente nel nostro paese,dove era performante chi lavorava almeno 50-55 ore a settimana – un vero aborto organizzativo – adesso le persone si vogliono riappropriare del proprio tempo, vogliono un miglior equilibrio tra lavoro e vita privata (work life balance). E questo sta portando ad un assetto diverso anche nel mercato del lavoro. Politiche di retention ed attraction non possono prescindere da queste esigenze. Certo, il fenomeno è più accentuato nelle categorie impiegatizie, dove il ricorso allo smart working ed al lavoro da remoto è facilmente applicabile, ma non va sottovalutato anche il fatto che molti lavoratori hanno deciso di cambiare vita, lasciando il lavoro tradizionale per fare altro, magari qualche attività in ambiti diversi (agricoltura, trasformazione primaria, artigianato, turismo)che gli consenta di vivere di più la famiglia, gli affetti, l’ambiente. E questo è ancora più accentuato nei giovanissimi, che devono essere i lavoratori del futuro, e che hanno iniziato la loro carriera senza andare mai in ufficio per 2 anni. E non accettano oggi, una condizione che non contenga una ibridazione spinta dei modelli (tradizionale e nuovo).
Con sempre più aziende passate all’ibrido o allo smart working, le barriere geografiche sono state abbattute e le opportunità sono aumentate?
Questo è un altro aspetto molto rilevante: per la prima volta l’utilizzo delle tecnologie – applicate al lavoro da remoto – slegano dal concetto di sede. Ciò significa che la posizione territoriale non opera più, tanto marcatamente, come leva di mercato. Ripeto, riguarda prevalentemente alcune tipologie di lavoratori, che oggi possono lavorare da qualsiasi posto del mondo per aziende che si trovano ovunque. Questo mette in soffitta anche alcune teorie passate sul mercato del lavoro legate al territorio (vedi gabbie salariali) che personalmente non ho mai visto con particolare favore. Addirittura con fenomeni di gabbie salariali al contratrio : i lavoratori residenti in aree metropolitane o del Nord che chiedono di applicare retribuzioni diverse ai rimpatriati perché a parità di retribuzione possono godere di condizioni di mercato più vantaggiose (affitti, beni e servizi). Ma siano nell’ambito del delirio. Oggi il talento lo puoi trovare dovunque, le persone non devono espatriare, e neanche abbandonare i paesi interni per andare verso le metropoli. E molti borghi possono ritrovare nuova vitalità, specialmente alcune zone del mezzogiorno. Ripeto, si tratta pur sempre di un fenomeno ancora minoritario, ma indica un trend in crescita. Quando si parla di sostenibilità, di indipendenza energetica, bisognerebbe guardare a questi fenomeni che possono illustrare una strada nuova e percorribile. Certo tutto passa anche un processo di democratizzazione della distribuzione delle risorse rinnovabili, che oggi vive ancora barriere molto forti.

A guidare la ripresa dell’occupazione post Covid sono le nuove tecnologie?

Senz’altro le nuove tecnologie sono un traino importante. Le comunicazioni veloci e di alta definizione, l’intelligenza artificiale, i sistemi di Business Intelligence integrati, le catene di supply chain automatizzate, hanno ridotto le distanze. La pandemia è servita come palestra iniziale, ma senza le tecnologie questo sarebbe stato impossibile. Probabilmente sistemi di remote control dei processi produttivi potrebbero ampliare in maniera diffusa l’accessibilità al lavoro da remoto anche alle categorie operaie, agli addetti alla logistica, al controllo qualità etc. Ma questo è ancora lontano.
Dopo la pandemia le persone hanno voglia di cambiamento e le prospettive di carriera sono cambiate drasticamente?

A parte le Great Resignation registrate in US, anche in Europa, ed in Italia, l’asticella si è molto alzata. La nostra esperienza, considerando anche i livelli di disoccupazione atavici in alcune zone del paese, non può che essere sensibilmente più moderata che altrove. Ciò nonostante le persone, ai colloqui, chiedono sempre più spesso di welfare , wellbeing e di smart working, valutando questi aspetti alla stregua della retribuzione, se non , addirittura, in maniera preordinata.
Posso concludere che la pandemia è uno spartiacque che ha cambiato la nostra società in maniera irreversibile, con effetti rilevanti sul mondo del lavoro. Effetti che non riusciamo a comprendere quali evoluzioni porteranno nel medio periodo.

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