5 Marzo 2021, venerdì
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“Manspaining, un atteggiamento tipico maschile”

a cura di Ronald Abbamonte

La continua evoluzione della condizione femminile, registrata nel corso degli ultimi decenni, ha profondamente modificato i contesti nei quali il rapporto uomo/donna si sviluppa, si completa e ricerca i giusti equilibri.

Se un tempo gran parte della coesistenza avveniva all’interno delle mura domestiche perché frutto di una rigida e precisa distribuzione di compiti, con l’uomo impegnato  in attività extra domestiche e la donna relegata alla gestione della casa e della prole, oggi cambia radicalmente la contestualizzazione degli spazi dove entrambi i generi coesistono. Ambienti professionali ma non solo, ma anche ambienti ricreativi, basta pensare al numero crescente di appartenenti al gentil sesso che affollano gli stadi, o meglio affolavano, gli stadi prima che la pandemia bloccasse tutto.

Questa co-presenza di genere in ambienti nuovi ha spinto, chi si occupa dello studio del comportamento umano a studiare, sotto plurimi aspetti, le caratteristiche che contraddistinguono la relazione uomo/donna nei nuovi contesti in cui la loro relazione si sviluppa.

La recente ricerca sul Mansplaining

In una prospettiva molto particolare, a proposito di studio delle relazioni uomo/donna, si pone la ricerca ultimata ad inizio Febbraio dalla prestigiosa Università di Stanford, relativa ai fenomeni di Mansplaining. Innanzitutto partiamo dal significato di questo neologismo anglofono di cui, confesso la mia precedente e completa ignoranza. L’unione del sostantivo mancon il gerundio del verbo explain (splaning) che tradotto in italiano significa spiegare, sta ad indicare l’atteggiamento paternalistico tipicamente maschile di interrompere le donne per spiegare o commentare le cose, spesso in maniera del tutto inutile e poco funzionale.

I risultati della ricerca menzionata testimoniano in maniera incontrovertibile la natura maschile del mansplaning allorquando, cronometro alla mano, nel corso di un seminario di economia della durata di un ora, è risultato che le donne sono interrotte 6 minuti e 45 secondi prima rispetto agli uomini e il più delle volte con commenti più ostili rispetto a quelli rivolti agli uomini.  

Poco o nulla cambia quando i ricercatori di Stanford allargano la base di ricerca, osservando ciò che accade in 26 università americane, tra le più prestigiose, nel comportamento tenuto in occasione di seminari da ben 343 relatori. In questo caso lo studio non si è fermato alla sola considerazione numerica delle interruzioni ma anche alla tipologia, al tono utilizzato nell’interazione tra chi interrompe e chi viene interrotto e al contenuto. Sotto quest’ultimo aspetto si è considerato se l’interruzione avesse un contenuto condiscendente o distruttivo o umiliante o anche ostile.

Il risultato ottenuto su un piano di ricerca sufficientemente attendibile  ha definitivamente sancito quello che si sospettava, gli uomini tendono ad interrompere chi parla molto di più di quanto lo fanno le donne. In genere le relatrici sono costrette a rispondere, sulla base della prevalenza delle interruzioni maschili, al 12 % di domande in più rispetto a quelle a cui sono costretti gli uomini.

Altro elemento tacitamente acquisito dalla ricerca è la maggiore disponibilità delle donne a fornire  risposte rispetto agli uomini. In genere se una donna viene interrotta con una domanda, il più delle volte risponde o meglio risponde un numero maggiore delle volte rispetto agli uomini.

Mansplaining: un fenomeno antipatico.

Il mainsplaining è senza dubbio un fenomeno antipatico, anche se non il peggiore di quelli che si originano nella dinamica dei rapporti uomo/donna. In termini molti generali l’identificazione del fenomeno come fenomeno essenzialmente maschile sembra confermare la configurazione del mainspalning come un’anacronisctica rivendicazione di una presunta superiorità maschile nell’ambito professionale. Una rivendicazione, visto i tempi, non solo tardiva ma anche poco convincente nella misura in cui sembra ispirarsi a rapporti di prevalenza che, nel mondo professionale, non trovano alcuna conferma. Molto probabilmente una rivendicazione che è frutto di un retaggio culturale ,ormai arrivato alle ultime battute, proprio quando in termini di capacità in nessun modo il contributo femminile al mondo professionale può considerarsi secondario o subalterno a quello maschile.  

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