28 Febbraio 2021, domenica
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Il crollo dell’occupazione femminile e la disparità di genere

a cura di Ronald Abbamonte

Forse a torto e troppo frettolosamente abbiamo ritenuto che la lotta  all’eliminazione di qualsiasi disparità di genere fosse ormai vinta. Ma sulla scorta dei dati forniti negli ultimi giornoi dall’Istat, relativi ai licenziamenti dell’ultimo anno, siamo costretti a ritenere che forse la strada da percorrere perché possa dirsi compiuta l’effettiva parità di genere è ancora lunghissima e probabilmente ancora più lunga di quella percorsa fino ad oggi.

I numeri dell’Istat

Nella fredda logica dei numeri resi noti dall’Istat risulta evidente che la pandemia si sia tradotta in una vera e propria mazzata per l’occupazione femminile. Infatti la perdita globale di posti di lavoro riferita al solo Dicembre, raggiunge le 101 mila unità ben 99 mila di queste riguardano posizioni lavorative femminili. Un crollo che nelle dimensioni numeriche non può non evidenziare una marcata sproporzione, basata proprio sul genere, tanto da poter affermare che la catastrofe occupazionale abbia investito esclusivamente il mondo femminile.

Seppure la forbice dei licenziamenti uomo/ donna viene mitigata proiettando i dati su base annua la tendenza di base risulta comunque confermata. Infatti sui 444mila occupati in meno ben il 70% appartiene al sesso femminile per cui sarebbe proprio il caso di ispolverare la vecchia definizione di sesso debole.

Non si può nascondere davanti a dati di questo tipo che quando si afferma che la pandemia ha accumunato  tutti sotto l’incombenza diello stesso rischio si dice o una bugia o una verità tanto parziale da non poter essere considerata tale. Gli effetti del contagio, in realtà, hanno impattato in modalità notevolmente diverse sulle persone soprattutto con un grado di afflizione direttamente commisurato alle condizioni economiche e sociali. Come sempre accade a soffrire sono i più deboli e anche sulla base dei numeri riportati dall’Istat tutto ciò viene puntualmente confermato. In questo caso, infatti, appare evidente la posizione di debolezza della donna rispetto all’uomo nel mondo del lavoro da cui ci appere fin troppo chiaro il perché della caduta occupazionale femminile.

Contratti deboli, scarsa tutela e zero garanzie.

Probabilmente non era nemmeno necessaria una pandemia per  rendersi conto della disparità di genere esistente nel mondo del lavoro nazionale. Infatti già a voler considerare la sola differenza retributiva,  il cosidetto gender pay gap, se risulta a livello mondiale che le donne vengono retribuite in media il 20% in meno degli uomini, per quanto riguarda il nostro paese tale percentuale cresce ancora specialmente nel settore privato. Ma pur volendo prescindere dagli aspetti retributivi, cosa peraltro non giusta in linea di principio, la vera causa del massiccio licenziamento delle donne è legata alla scarsa solidità della tutela e delle garanzie ottenute dalle tipologie di contratto di lavoro utilizzate. Spesso e volentieri si tratta infatti di contratti dai quali non si ottengono alcuna sicurezza e alcuna stabilità. Tutto ciò rende la condizione femminile estremamente debole in un mondo del lavoro pronto a dipingerla, proprio per la sua debolezza, come la  più invitante delle vittime sacrificali, l’elemento più  facilmente eliminabile quando il momento lo richiede.

Se a tutto ciò aggiungiamo la circostanza per cui gran parte dell’occupazione femminile è concentrata nei settori più penalizzati dalle restrizioni e che è relativamente basso il numero di quelle che hanno raggiunto posizioni così importanti da essere intoccabili, forse riusciamo a leggere  meglio i numeri della catastrofe e allo stesso tempo a rintracciarne le cause in un’evidente e antipatica disparità di genere.

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